Ricordo di Lucio Longhi

lucio longhi 4' di lettura 23/01/2009 - La direzione e la redazione del settimanale Voce della Vallesina si uniscono nel ricordo ai familiari di Lucio Longhi che, dopo alcuni mesi di malattia, ha concluso la sua intensa giornata terrena.

Il rito funebre sarà questa mattina alle ore 10,30 nella chiesa Regina della Pace di Jesi. Da alcuni anni collaboratore di Voce della Vallesina, si era fatto apprezzare per la sua discrezione e per una profonda sensibilità che lo portava, attraverso la poesia dialettale, a raccontare le emozioni, i problemi, le ansie, le speranze di ogni giorno sempre con una nota di ironia e leggerezza. Amava sintetizzare i suoi lavori con le parole “Un monello che si nasconde ancora per pudore”. Si è così definito Lucio Longhi in una delle sue poesie che ha letto il 6 ottobre, nel teatro del Museo Diocesano, per i soci del ‘Contardo Ferrini’.


Il ritratto corrisponde effettivamente alla realtà. Lucio Longhi per anni è rimasto appartato e come intimidito dalla consapevolezza di aver avuto un padre famoso, amato, ammirato. I figli seguono spesso le orme del padre che ha aperto una via davanti a loro, ma a volte dalla loro ombra sono sovrastati e intimoriti. Così è avvenuto per Lucio Longhi che solo dietro inviti e affettuose sollecitazioni di amici fidati e sinceri ha incominciato a scrivere. Il successo di una commedia, ‘La Walkiria’, lo ha incoraggiato e sollecitato a continuare. Ed è venuta la poesia. Prima ad apparire è stata una raccolta di sonetti, “La panchina di Lucio Longhi”, da lui stesso illustrata: poi moltissime altre liriche. Circa trecento ne ha scritte fino ad oggi e ad un ritmo impressionante: come se si fosse liberato da un peso che lo opprimeva e gli impediva di parlare. E’ una produzione poetica così consistente e di così vario contenuto quale nessun altro autore jesino era riuscito prima a realizzare.


Molte delle sue poesie sono state da lui stesso recitate di fronte ai numerosi soci del ‘Contardo Ferrini’ che affollavano la sala e che hanno imparato a conoscerlo anche sulle pagine di ‘Voce della Vallesina’. Non è stato possibile contarle, ma il tempo a disposizione nemmeno è sembrato sufficiente per ascoltarle tutte. Presentato da Franco Morici, invitato anche lui per un prossimo incontro con il teatro e la poesia dialettale, Lucio Longhi ha immediatamente catturato l’attenzione dei presenti. Nei suoi sonetti, che appaiono come brevi e pregnanti messaggi, ha considerato un’infinità di argomenti, quasi mai replicati in più di una poesia. Sa osservare da vicino dettagli, luci e ombre di una realtà che spesso passa fugacemente sotto gli occhi o viene distrattamente recepita lasciando solo labili tracce; che risulta perciò effimera e priva di valore. Già questa è una denuncia. Si tratta in fondo di quella indifferenza che è sintomo di un grave male del nostro tempo; che fa attraversare la vita senza sedimentare ricordi, senza riflettere; senza riuscire di conseguenza a modificare positivamente la realtà.


A questo vuoto ‘lasciarsi vivere’ Lucio Longhi ha invece reagito. Parlano di tante cose le sue poesie; con ironia e arguzia, tenerezza e lirismo autentico. Non stigmatizzano con acredine, non si trasformano in invettive, ma con il sereno, distaccato buon senso proprio della vera saggezza, denunciano con schiettezza mode e manie, vanità e relatività di affetti, abitudini consumistiche e ipocrisie. In fresche immagini acquerellate Lucio Longhi ripensa anche il passato come termine di confronto del presente, con i luoghi e i personaggi di un tempo, senza tuttavia nostalgie o rimpianti. In pura trasparenza affiorano i sentimenti soprattutto nelle poesie dedicate alla sorella Lucia e suggerite da una natura sublimata.


Con ingenuo stupore descrivono sole e vento, pioggia e mare, cieli, silenzi di notti stellate e canto di usignoli. E’ vero: spesso non ci si rende conto di quale incomparabile gioia sia liberare l’anima alla contemplazione del Creato. Lucio Longhi è genuinamente un poeta e anche, come ha confidenzialmente confessato, un ragazzino timido; ma con un cuore grande così. Per questo è impossibile non volergli bene.

Augusta Franco Cardinali


El borgo mio


Que ne sarà de Jesi, quella mia,

la Jesi ndo’ so’ nado e so’ vissudo;

ieri passanno giù ppe’ quela via

che era el mondo ndo’ che so’ cresciudo

insieme a mi sorella e mamma mia,

me digo: “Ndo’ ‘ccidente so’ venudo,

sto in Affriga oppure è la pazzia!”

‘Ncontro ‘n mulatto e già so’ combattuto,

ma po’ più su ‘na coppia de colore

e dopo pogo ‘n po’ de bardasciù

neri come ‘l carbò, neri de côre.

Porca paletta ndo’ so’ capidado!

Ma po’ ‘n moretto fa: “Non vienghi giù?”

Allora in quel momento ho rpreso fiado.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 23-01-2009 alle 01:01 sul giornale del 23 gennaio 2009 - 4239 letture

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