Frammenti di un discorso fotografico con Mario Giacomelli

mario giacomelli 5' di lettura 01/09/2009 - \"La fotografia sembra una cosa facile, quando invece la verità è un po’ diversa. La prima parola che viene in mente è l’indicibile; come fa uno a pensare, a stabilire l’indicibile…\".

Domanda: Alcuni sostengono che la fotografia, proprio per la capacità di lettura e di comprensione, appartiene un po’ alla tradizione dell’arte figurativa a differenza dell’arte contemporanea nella quale coesistono molteplici livelli di lettura spesso non comprensibili ai più; la funzione popolare della fotografia, se da una parte crea degli interessi in milioni di fotoamatori, dall’altra parte non complica le cose?



Risposta: La fotografia sembra una cosa facile, quando invece la verità è un po’ diversa. La prima parola che viene in mente è l’indicibile; come fa uno a pensare, a stabilire l’indicibile… mi è difficile spiegare perché, vedi, tutte queste cose, uno le vive. Non hai di fronte una realtà che è solo un pretesto oramai, una cosa scontata e vecchia, bensì una verità interiore. Non mi interessa rifare le cose, già ci sono, e rifarle è solo tempo inutile. Certo è difficile per chi le fa ed è difficile anche per chi intende leggerle, capirle, guardarle, scriverle. Pensavo ai bianchi e i neri; il bianco come segno per comunicare, un vuoto che è uno spazio ancora da riempire. Come fa a saperlo chi guarda la fotografia, a capirlo? Per me il vuoto sta in tutto quello che puoi aggiungere con la tua fantasia e il nero è il segno di quello che inizi a dire. Dei propri limiti bisognerebbe parlare di fronte ad ogni immagine. Perché non un racconto invece dell’immagine singola come usano molti? Perché nel racconto tu riesci a sviluppare l’idea mentre l’immagine singola a volte è solo una bella immagine fine a sé stessa. […]



Domanda: La funzione della fotografia, almeno in Italia, rispetto alle altre arti figurative è stata ed è tuttora poco conosciuta, forse per colpa della critica, del sistema culturale e dell’accademia. Quali sviluppi prevedi per la fotografia e perché?



Risposta: Quali sviluppi? … Non è facile prevedere quali sviluppi, come non è facile dire di chi è la colpa. Forse la colpa è di tutti noi. Certo non di chi produce perché c’è sempre qualcuno nel tuo secolo che dice delle cose interessanti ed importanti; lui le dice e basta. Il critico dovrebbe avere la funzione di far capire quello che l’artista dice e che è difficile per altri capire, usando le parole al posto delle immagini. Secondo me, c’è sempre chi produce cose valide; difficile è trovare qualcuno sentir parlare di queste opere e renderle note. Qualche giorno fa una ragazza mi diceva: “Io studio fotografia ma Lei non è considerato per niente, per i professori Lei non esiste”. Non è che mi interessa essere considerato perché io non so se produco qualcosa di valido, né se vale la pena di parlare di me. Però è anche vero che Manet, quando ha fatto uno dei primi quadri impressionisti, lo mandò in una mostra e non venne neanche accettato e Zola disse: “Però un giorno parlerete di Lui”. Questa è la testimonianza di quello che mi stavi chiedendo. […]



Domanda: Qual è la differenza tra te e Cavalli?



Risposta: Mah, la differenza è solo una, lui è lirico e io sono tragico… Cavalli è stato l’artista più autentico della fotografia italiana: forse si era allontanato troppo dall’uomo e dal quotidiano. […]



Domanda: C’era una contrapposizione tra il gruppo fotografico della Gondola (caposcuola Monti) e il gruppo Misa, con a capo Cavalli?



Risposta: Sì, nel senso che la Gondola esprimeva una visione della fotografia più europea… Molti fotoamatori seguivano Cavalli, altri Monti…La mia mente era libera da regole grammaticali, non ammalata di tecnicismo.[…]



Domanda: Quali intenti si prefiggeva il gruppo Misa? Risposta: Il Misa voleva essere una tappa obbligata per passare alla Gondola, il gruppo più importante di allora.



Domanda: […] Come colleghi la tua fotografia o la fotografia in genere alla tendenze dell’arte moderna più in generale? Credi in una funzione propositiva dunque creativa, se vuoi artistica, della fotografia?



Risposta: […] Uno si esprime attraverso la forma. E’ questa forma che va di continuo rinnovata perché il linguaggio venga ad essere dentro il tempo. La forma così non è altro che noi stessi, le nostre idee, la nostra parte interiore. Per esempio: l’ultima mia fissazione è di usufruire della realtà di tutti per reinventare una realtà che è solo mia ed ottenere un’immagine che non sia ripetitiva. Muovere la macchina per me vuol dire far vivere un’immagine morta, cioè farla vivere oltre il tempo; quello che io fotografo, non è un’immagine qualsiasi, no, è quella scelta, perché viva anche dopo la mia morte. […] Non mi interessano le immagini datate ma la gioia che ho provato in quel momento, la tensione che ho avuto di fronte a quell’immagine. Ecco da quel momento, secondo me, l’immagine non muore più, rimane dopo la mia morte. […]


(da un’intervista a cura di Enzo Carli tratta da “Mario Giacomelli. Spazi Interiori”, Ed. Adriatica, An ,1990)







Questo è un comunicato stampa pubblicato il 01-09-2009 alle 16:30 sul giornale del 01 settembre 2009 - 2278 letture

In questo articolo si parla di attualità, fotografia, mario giacomelli, enzo carli


L\'arte come linguaggio. La fotografia d\'arte come espressione della personale ricerca di una grammatica che possa esprimere, in maniera unica, una visione del mondo ed una sensibilità storicamente irripetibili.<br />
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E si può dire che un elemento caratteristico della cifra stilistica di ogni grande artista sia l\'immediata riconoscibilità della sua sintassi, la purezza e l\'intelligibilità della sua personalissima morfologia, e perciò della forza espressiva che ne scaturisce.<br />
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Mario Giacomelli appartiene a questa categoria di artisti; con in più il \'vantaggio\' di essere approdato tardi alla fotografia, dopo anni di apprendistato e di attività come pittore.<br />
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Dal punto di vista strettamente estetico-filosofico, l\'immagine fotografica in sé stessa (persino quella di una semplice fotografia-ricordo di un profano) non potrebbe esprimere mai una visione veramente \"oggettiva\" della realtà, in quanto sempre e comunque mediata sia dal mezzo meccanico usato, che dall\'intenzione del fotografo - anche il più sprovveduto. <br />
Ma non è questo il punto. <br />
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Il punto è, invece, la deliberata presa di coscienza delle illimitate potenzialità espressive che nascono da questo scarto semantico, da questo intrinseco iato tra visione oculare e rappresentazione fotografica.<br />
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Perciò Mario Giacomelli, in quanto pittore, realizzerà il suo linguaggio agendo \"pittoricamente\" - seppur sempre col minimo degli interventi - sulle sue immagini, riplasmandole, rimodellandole come si farebbe sopra una prima stesura di colori di un dipinto, realizzando così quella geniale unicità iconica che è la sua arte fotografica.