Quercetti: la scuola non deve essere strumento di selezione sociale

maurizio quercetti 29/01/2010 - In questi giorni si è parlato molto del taglio alle risorse per i corsi “di terza area” negli istituti professionali e, giustamente, non è sfuggito ai più, soprattutto ai sindacati, agli studenti e al personale docente, come ciò costituisca un attacco del governo, l’ennesimo, al sistema dell’istruzione pubblica.

Uno smantellamento pezzo a pezzo che, pur in un quadro di una riorganizzazione complessiva di segno neoliberista sviluppatosi negli ultimi quindici anni, non ha precedenti per il suo autoritario incedere a colpi di decreto. Un disegno chiarissimo nella sua finalità: restaurare la scuola come strumento di selezione “darwiniana”, cambiandone radicalmente la ragione sociale con l’annullamento della funzione formativa delle persona. Solo in questa chiave è possibile leggere il duro attacco all’istruzione professionale, probabilmente una delle più grandi conquiste del movimento studentesco e sindacale del secondo dopoguerra, che tanto ha contribuito al superamento dell’avviamento al lavoro, dando dignità di cittadini anche ai figli dei ceti più popolari e fornendo loro la possibilità di promozione sociale e di una prospettiva di vita diversa da quella staticamente legata alle loro origini.


Quanto ciò sia vero, lo dimostra, per esempio, l\'emendamento approvato dalla Commissione istruzione della Camera, che consente l\'assolvimento dell\'obbligo scolastico anche nell\'apprendistato, riportando indietro la scuola italiana di parecchi decenni, allontanandola ulteriormente dagli altri Paesi europei. Se questa norma, infatti, può apparire trascurabile per i licei, altrettanto non si può dire per le scuole professionali. Gli istituti professionali, sono frequentati da studenti il cui percorso formativo risulta in molti casi difficoltoso: studenti stranieri, spesso di recente immigrazione e con una scarsa conoscenza della lingua italiana, studenti che provengono dalla scuola media con un rendimento appena accettabile, studenti provenienti da famiglie scarsamente scolarizzate ed economicamente svantaggiate. L\'insieme di queste condizioni determina, già a partire dalle prime classi, una selezione molto elevata e percentuali consistenti di abbandono. Anche sotto questo aspetto l\'Italia manifesta un ritardo significativo rispetto ad altri Paesi europei.


Occorrerebbe quindi potenziare le iniziative intraprese in questi anni per contrastare la dispersione scolastica. Al contrario, i provvedimenti relativi alla scuola fin qui approvati dal Governo vanno nella direzione opposta: l\'aumento del numero degli alunni per classe, la riduzione dei fondi per l\'offerta formativa, il contenimento della spesa per le supplenze, portano inevitabilmente a un aumento della selezione e della dispersione e colpiscono, anzitutto, proprio le fasce di popolazione studentesca più deboli e più a rischio di espulsione dalla scuola superiore. Se il governo ha finora utilizzato la scuola prevalentemente come strumento per realizzare facili risparmi, con l\'abolizione dell\'obbligo a 16 anni si ribadisce il ruolo della scuola come strumento di selezione sociale e si rafforza un meccanismo di allontanamento delle fasce più deboli dalla possibilità di raggiungere obiettivi formativi e culturali dignitosi. Le trasformazioni produttive e sociali che hanno caratterizzato il mondo del lavoro negli ultimi anni, l’attuale congiuntura economica dimostrano, al contrario, la necessità di acquisire conoscenze, competenze e abilità sempre più ampie e complesse, che possono essere pienamente acquisite solo con la frequenza di un periodo significativo di studio. L\'apprendistato non può essere in alcun modo uno strumento di apprendimento culturale.


L\'esperienza accumulata ha dimostrato la difficoltà, dentro questo modello contrattuale, di costruire qualsivoglia percorso formativo adeguato. Non ha alcun senso equiparare l\'attività lavorativa a un periodo di studio. Soltanto un calcolo egoistico di breve prospettiva può giustificare il ricorso all\'utilizzo di manodopera a basso costo, dequalificata e facilmente ricattabile. Ciò che viene offerto è un lavoro minorile precario, scarsamente qualificato e mal retribuito: quale prospettiva si apre per un quindicenne che abbandoni gli studi e inizi un percorso lavorativo senza nessuna garanzia occupazionale? Quale futuro si potrà prospettare, in presenza di forti processi di ristrutturazione, nel momento in cui le poche competenze acquisite non saranno più sufficienti a fronteggiare le mutate condizioni produttive? Perché favorire l\'abbandono da parte dei giovani della vita scolastica? Perché, invece, non investire davvero in formazione, istruzione e ricerca, che sono divenuti ormai squallidi spot elettorali? Accogliere e includere, consentire a tutti di sviluppare le proprie potenzialità, garantire il successo formativo e il raggiungimento dei livelli più alti di istruzione, sono gli elementi alla base di una partecipazione attiva alla vita sociale e strumenti di lettura e interpretazione della realtà su cui poggia lo stesso sistema democratico. Dunque, una garanzia di resistenza alle tentazioni autoritarie e alle derive antidemocratiche. E allora, il dubbio è più che legittimo: che sia questo ciò che si vuole definitivamente cancellare?


da Maurizio Quercetti
Assessore al lavoro
Provincia di Ancona




Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-01-2010 alle 16:17 sul giornale del 30 gennaio 2010 - 1011 letture

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