Libri & Cultura: I baci non dati

I baci non dati 3' di lettura 09/12/2010 -

Quale sia il valore profondo dell’amicizia e in che modo si possa sperimentare nella vita quotidiana è la questione a cui Ermes Ronchi, dell’Ordine dei Servi di S. Maria, tenta di rispondere in un suo libro di qualche anno fa, I baci non dati (Edizioni Paoline, 2007, 122 pp.).



Si tratta di un breve saggio di spiritualità in cui l’autore ripercorre – come fossero tre dipinti da descrivere – l’esperienza affettiva di tre grandi personaggi del Medioevo: Bernardo di Chiaravalle, Francesco d’Assisi e Teresa d’Avila. Tre figure della storia e della religione che hanno cambiato il corso degli eventi e hanno creato modalità nuove di intendere il rapporto con Dio e con gli altri.

Non è però il carattere religioso dei protagonisti l’aspetto più interessante del volume, quanto piuttosto l’accento posto dall’autore sul valore dell’amicizia in sé e per sé. Un’amicizia che si rivela nelle dinamiche spesso taciute dei grandi mistici del passato, in quelle relazioni amicali che esprimono tutta la loro umanità e la loro tenerezza. I personaggi descritti nel libro sono uomini di Dio, uomini della Chiesa, ma non hanno mai bisogno di nascondere il desiderio profondo delle relazioni con gli altri.

In particolare nel saggio colpisce come l’autore si soffermi il più delle volte su forme particolari di amicizia, quella tra uomo e donna. Mentre umanamente tale relazione si traduce spesso in ambiguità di rapporti e in desideri inespressi (o repressi), Ronchi propone una visione in cui l’amicizia si caratterizza come un percorso, in cui è necessario sì purificare il fremito di ogni passione appena nata, ma dove senza dubbio gli effetti che si ottengono sono di allegrezza e consolazione, e – quindi – di benessere: l’amicizia diventa l’unico modo in cui esprimere la propria passione, svincolata però dalla sete del possesso, e animata soltanto dall’affetto, dalla tenerezza, e dal reciproco desiderio di condividere alcuni momenti della propria vita insieme.

L’amicizia in tal senso è secondo l’autore fondamentale per la salute dell’anima: nella sottile dialettica tra dono di sé e attrazione si specchia infatti quel desiderio profondo dell’uomo che lo spinge a volere il bene dell’altro, a prendersi cura dell’altro, permettendosi di essere completamente vulnerabile di fronte all’amico, per lasciarlo entrare nell’intimità e per scoprirsi per come si è realmente.

Non può non saltare subito all’occhio l’approccio religioso e spirituale dell’autore, teso a individuare nel rapporto amicale il primo tassello, indispensabile, di una relazione più consapevole con il divino. Questo aspetto però, pur marcando l’argomentazione di una generale fiducia nelle possibilità dell’uomo - fiducia che si traduce anche in un linguaggio spesso troppo evocativo - e nella sue capacità di instaurare relazioni serie e consapevoli, non sminuisce affatto (anzi rafforza) la minuziosa ricostruzione delle numerose caratteristiche racchiuse nell’incontro con l’amico, o con l’amica. In questa esperienza di incontro è racchiuso il senso del rapporto amicale, che si costruisce nella verità e in ciò altro non è che un pellegrinaggio alla ricerca del luogo del cuore: un pellegrinaggio continuo in cui si può amare senza possedere, e in cui aprendosi all’altro si finisce per conoscere meglio se stessi.






Questo è un articolo pubblicato il 09-12-2010 alle 00:52 sul giornale del 10 dicembre 2010 - 11093 letture

In questo articolo si parla di libri, cultura, Giovanni Frulla

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Recensione interessantissima e molto ben congegnata, come è tuo solito. Complimenti!Occupandomi del concetto di amicizia nel mondo antico...vi lascio qui due massime molto semplici, ma efficaci:

Le cose degli amici sono in comune (Pitagora)
L'amico è un altro "se stesso" (Aristotele)






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