Dalla CO2 … ai PEAR!

Alfredo Punzo 23' di lettura 10/08/2013 - La “summa” delle politiche locali in fatto di Energia è costituita dai PEAR, i “Piani Energetici Ambientali Regionali”, messi a punto da buona parte delle regioni italiane a partire da poco meno di una decina di anni fa.

I PEAR, come “strumento”, han conosciuto una grande popolarità politica - quasi una “moda” - il cui culmine si colloca nei primi anni 2000, ai tempi delle varie “Kyoto” che si sono vorticosamente succedute in quegli anni. È l’epoca in cui abbiamo assistito (in tutto il Mondo ma in maniera più forte in Europa) alla “saldatura” tra due fra i maggiori protagonisti della vita sociale e politica di questi lustri: da un lato il movimentismo ambientalista – i cosiddetti “verdi” in tutte le loro innumerevoli sfumature – giunto in quegli anni all’apice della sua popolarità, “anche” grazie alla presa sull’opinione pubblica di quel catastrofismo climatico globale da effetto serra di cui ci siamo occupati negli scorsi articoli; l’altro, il sistema dei grandi partiti popolari del secolo scorso, tutti in piena crisi di rappresentanza, avvitati in un declino di consensi inarrestabile, un sistema disposto a tutto pur di mantenere saldo il potere esercitato sulla società, rimandando il più possibile quel drastico cambiamento della politica in grado di “rifondare” su basi nuove e moderne il rapporto tra i cittadini ed i loro rappresentanti di cui si sente tanto bisogno.

Nel nostro Paese gli effetti di questa “saldatura” perdurano ancora ai giorni nostri; al contrario di gran parte dei nostri partners europei, che hanno saputo superarli proprio grazie alla capacità di quelle società di rinnovarsi, prima di tutto perché dotati di Sistemi Politici sostanzialmente “sani” se paragonati al nostro, mantenendo chiara la linea di demarcazione tra interessi di parte e interessi comuni, mediante comportamenti politici adeguati. Un esempio per tutti è la Germania dove il fenomeno si è verificato prima e più che altrove …, ma che oggi appare solo un ricordo, al contrario che da noi che siamo ancora fermi al palo! “Essere disposti a tutto” in tema di Energia ed Ambiente ha significato per il nostro Sistema Politico sopratutto una folle competizione “al rialzo infinito” per assecondare le istanze del movimentismo ambientalista – a prescindere dal merito delle questioni (ormai di interesse marginale), con il solo disperato obiettivo di ottenerne il “ricco” bottino costituito dal consenso politico; insomma, una nuova edizione del “voto di scambio” che in comune con quello di una volta ha il tratto distintivo di considerare il “consenso” non un semplice strumento della politica ma il suo fine ultimo; che poi è ciò che ha accelerato il progressivo deterioramento del rapporto politica-cittadini; tra le cui conseguenze – ai giorni nostri, in piena crisi economica - c’è soprattutto il pericolo costituito dalla “rabbia” sociale per un Futuro “che non c’è più”, una rabbia tanto più forte e pericolosa per l’assoluta impreparazione ad affrontare lo scenario di difficoltà economiche da parte delle generazioni che si trovano oggi a doverlo fronteggiare.

Il contesto appena descritto è indispensabile per comprendere molte cose relativamente ai PEAR. A partire dal loro carattere “Regionale”, appunto il primo problema che si portano dietro già dall’acronimo, la“R” finale, appunto, che acquista un significato assolutamente “politico” nel senso della distorsione rappresentata dalla “saldatura” evocata sopra. Perché è proprio contro ogni logica di buon senso immaginare per queste materie – data la “strategicità” che le caratterizza - che la gestione POSSA o DEBBA stare in mano a ben 20 soggetti diversi, governatori di altrettante regioni, tutti (ahimè …) “figli” della nostra politica locale! Ma la parte veramente “tosta” comincia appena un PEAR lo apri e ti metti a leggerlo. Ed io mi son letto a fondo il nostro di PEAR, quello marchigiano, scritto da Antonio Minetti, Fabio Polonara e Gianni Silvestrini. Il PEAR Marche lo trovate al sito:

http://www.ambiente.regione.marche.it/Energia/PianoEnergeticoAmbientaleRegionale.aspx

peraltro, molto ben fatto, dove alla Home page trovate i link all’“Executive Summary” ed ai 7 capitoli di cui è articolato il documento; a corredo del tutto ci sono anche le DGR (Delibere Giunta Regionale) attuative con i relativi allegati. I curriculum degli autori (è importante leggerli) li trovate ai seguenti siti:

  1. Antonio Minetti (Autorità ambientale Regionale, Regione Marche, Ancona):

http://www.regione.marche.it/DesktopModules/Dirigenti/Cv_Dirigenti/C%20V%20Minetti%20Antonio.pdf

  1. Fabio Polonara (Università Politecnica delle Marche, Ancona)

http://www.univpm.it/Entra/Engine/RAServeFile.php/f/P001931/Curriculum/Polonara_CURR_dic2008_senzapubbl.pdf

  1. Gianni Silvestrini (Kyoto Club, Roma)

http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Silvestrini

Da dove vogliamo cominciare. Intanto dalla data di approvazione, il 16 febbraio 2005, “nello stesso giorno” – come si legge con una certa solennità al suddetto sito – “in cui è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, l’accordo internazionale che impegna i Paesi che lo hanno ratificato a ridurre le emissioni di gas serra per contrastare i cambiamenti climatici.” È chiaro che la data di adozione non è un caso, e la citazione di Kyoto … (a proposito, ma cos’è e cosa diavolo “fa” un “Kyoto Club”?!?!) ci “obbliga” a partire proprio dal capitolo 7: “Riduzione delle emissioni di gas climalteranti”, in cui viene “presentata” la base scientifica e fattuale su cui sono fondate tutte le scelte del piano. Ebbene, lo scenario di evoluzione del clima globale ivi presentato è assolutamente identico a quello che viene accuratamente e scientificamente “demolito”, pezzo per pezzo, dal lavoro di Gerhard Gerlich e Ralf D. Tscheuschner: “Falsification Of The Atmospheric CO2 Greenhouse Effects Within The Frame Of Physics” – che vi ho fornito a corredo del primo articolo!

Francamente, sono stupito e preoccupato dal fatto che ben due docenti universitari come Gianni Silvestrini e Fabio Polonara possano non avere chiaro che L’effetto serra è una cosa che non esiste, nemmeno nelle serre reali; almeno, non nei termini in cui ce lo descrivono loro, usando il fantomatico modello della “trappola infrarossa”, utilizzata sia per la serra reale che per atmosfera. Lo abbiamo visto in particolare nel primo articolo di questa serie. Ma loro avrebbero dovuto vederlo prima e meglio di noi che i fondamenti della Fisica dicono tutt’altro, ovvero che le serre reali sono tali perché semplicemente non c’è ricambio d’aria! Ed in questo il ruolo del vetro è effettivamente fondamentale: fa passare la radiazione sia in ingresso che in uscita dalla serra grazie alla sua “trasparenza”; minimizza il meccanismo conduttivo grazie alla sua bassa conducibilità termica; e – soprattutto - blocca il meccanismo convettivo, impedendo all’atmosfera “dentro” la serra - che accumulando l’energia radiante entrante sotto forma di calore sensibile (aumento della temperatura) si riscalda e diminuisce di densità (diventa più “leggera”) - di salire verso l’alto abbandonandola e portandosi dietro il suddetto calore. In una serra reale il meccanismo dominante di trasporto termico è l’irraggiamento: e siccome l’intervallo di frequenze a cui emette il Sole è molto ampio a causa della sua temperatura (milioni di gradi), mentre invece la temperatura di una serra è dell’ordine di poche decine di gradi, determinando ciò una concentrazione intorno all’infrarosso di gran parte dell’emissione radiante “dalla” serra, allora - per garantire l’equilibrio termico (il flusso radiante è proporzionale alla 4a potenza della temperatura assoluta) - la serra deve “diventare più calda” (Principio di Le Chatelier sugli equilibri chimico-fisici)! Egregi Professori: è tutto qui! E (almeno spero …) lo sapete, lo DOVETE sapere meglio, ma molto meglio, di me data la vostra professione! O no?

Ora, se “la trappola infrarossa” come modello cade, a maggior ragione cade quando si cerchi di “traslarla” ad un sistema aperto come l’atmosfera, perché in tal caso vengono trascurate del tutto il meccanismo convettivo e la capacità termica dei gas e dei vapori che la compongono nonché il ruolo dell’acqua liquida che ricopre il grosso della superficie terrestre. Che, invece, sono FONDAMENTALI!

E (meno male che …) la Natura lo sa! Perché se la Natura seguisse i nostri professori Silvestrini e Polonara ed il loro Capitolo 7 del PEAR, ovvero se (Dio mai voglia …) la Natura si “dimenticasse” di usare il meccanismo convettivo della trasmissione del calore e ignorasse il ruolo della capacità termica dell’atmosfera e degli oceani per “gestire” l’energia che ci viene dalla nostra preziosissima Stella, finiremmo – come accade su Marte – tutti quanti congelati di notte ed arrostiti di giorno! Questo è. Con buona pace della CO2! E con buona pace di tutti gli altri cosiddetti “gas serra”!

Ora, è chiaro che, se cadono i contenuti del capitolo 7 (fatevi un favore, amici lettori, almeno le prime 25 pagine del capitolo 7 leggetele …), cade tutto l’edificio, l’intero PEAR, tutti i PEAR “messi” come il nostro (praticamente la loro totalità!) E se qualcosa di corretto ed auspicabile essi pur contengono (e qualcosa di buono dentro ce l’hanno, ovviamente), è solo per puro caso!

Non siete obbligati ad avere il tempo e la voglia di leggervi gli altri 6 capitoli del PEAR come ho dovuto fare io: ma almeno una lettura approfondita dell’Executive Summary (che è fatto “apposta” …) converrà che la facciate. Leggerete che l’intero piano si sviluppa su tre direttrici:

  1. Risparmio energetico
  2. Impiego delle energie rinnovabili
  3. Ecoefficienza energetica

A. Risparmio energetico. Che l’energia più economica e meno impattante sul piano ambientale e sociale fosse quella che non devi produrre perché sei stato bravo ad “efficientare” i processi che la utilizzano è sacrosanto! Fermo restando, però, che risparmiare energia è cosa buona e giusta non perché ciò riduce la produzione di CO2 (che, ormai lo abbiamo capito spero, non c’entra nulla con alcunché tranne che con le bevande gassate …) ma perché abbassa i costi di questa società (praticamente significa che viviamo un pò meglio tutti …) e riduce la nostra dipendenza “politica” da chi dispone delle fonti fossili. Peccato, tuttavia, che il PEAR non preveda nulla di “obbligatorio” in fatto di risparmio energetico, né per l’edilizia, né per i trasporti e nemmeno per i processi produttivi (che sono le tre aree di questa direttrice).

Nell’edilizia, sia l’utilizzo dell’energia solare (fotovoltaico e solare termico) che l’adozione delle tecniche di edilizia bioclimatica – entrambe previste dal piano – non sono state mai rese obbligatorie; e questo sia nelle nuove costruzioni che nelle ristrutturazioni, nonostante le amministrazioni locali abbiano in mano lo strumento della concessione edilizia per dare una spinta decisa in questa direzione! Sarebbe stato sufficiente legiferare a livello regionale in tal senso. Poco “popolare”, d’accordo: ma sarebbe stato molto efficace! In assenza di assunzione di responsabilità politica (siamo sempre lì …) il carattere di adesione “volontaria” dell’utenza ha dominato incontrastato. Ed il risultato è stato che le uniche applicazioni in questo campo sono state solo quelle in cui “qualcuno dava dei soldi”. Praticamente, abbiamo visto tanti tetti fotovoltaici, qualche “cappotto” e qualche “doppio vetro” in più fin quando – manco a dirlo – il governo centrale ha “dato” gli incentivi sotto forma di sgravi fiscali e “conto energia”; tutti soldi già nostri, beninteso, come abbiamo già spiegato! Tutto qui. Converrete che si poteva fare molto di più. Con l’obbligatorietà per chi richiedeva concessioni edilizie di un certo peso economico. E con la logica dell’“ognuno si paga i propri impianti”, con un “ripiano” solo fiscale e solo dei “maggiori costi”, magari verificati anno dopo anno, conti alla mano! Orientando le tecnologie utilizzate verso quelle più moderne ed efficaci.

Per quanto riguarda i trasporti, siccome il problema (ricordate il capitolo 7 …) era la CO2, l’indirizzo europeo e nazionale è stato quello dei … “biocarburanti”, tra l’altro dal potenziale di “CO2 evitata” (misurerebbe l’efficacia di un sostituto del fossile …) quantomeno dubbio, e lo si sapeva sin d’allora. Ed infatti, oggi la Comunità Europea sta programmando nientedimeno che la messa al bando di tutti i biocarburanti di prima generazione (quelli prodotti da oli vegetali e sostanze zuccherine, per capirci) perché è ormai chiaro a tutti che, pur volendo andare dietro alla follia della CO2, i conti bisogna farli “tutti”: mettendoci, ad esempio, pure le migliaia di ettari disboscati per farne culture ... di biocarburanti e prendendo atto che perdere delle foreste significa perdere veri e propri serbatoi di CO2 in continuo accrescimento; dopodiché, mettendoci anche le emissioni generate dalle lavorazioni per ottenere le materie prime “rinnovabili”, si vanifica del tutto (in alcuni casi si va addirittura in passivo …) la CO2 evitata calcolata considerando il solo combustibile fossile che i biocarburanti vanno a sostituire! Per non dire dalla competizione per questi terreni con il mercato del food … che pone anche un problema etico nei confronti dei Paesi produttori! I soldi (quelli nostri, gli utenti finali sui quali si riversa il maggior costo del biocarburante che oggi siamo obbligati ad usare) nei biocarburanti andavano messi, certamente, ma non per farci bioetanolo da zucchero o il biodiesel da olio vegetale. I soldi andavano messi nella ricerca ITALIANA per fare “per tempo” ed “in Italia” ciò che la ricerca mondiale o qualche italiano ostinato che si è mosso tra mille problemi ed ostacoli stanno realizzando solo oggi: i biocarburanti di seconda generazione che si ottengono, mediante processi fermentativi a bassa temperatura, idrocarburi da sostanze ligno-cellulosiche, come i materiali di scarto dell’agricoltura o culture dedicate ed adatte a terreni marginali, non in competizione con il food, che possono farsi a casa nostra e non all’altro capo del mondo! Con il fine – soprattutto – non di fare la guerra contro i mulini a vento (intendo la guerra alla CO2), ma per ridurre la nostra dipendenza energetica dai Paesi che dispongono delle riserve di combustibili fossili! Che è tutta un’altra cosa ...

Per non dire del fatto che non si è progredito minimamente nella lotta all’inquinamento derivante dalla mobilità, primo fra tutti le polveri sottili. Nelle città, ad esempio, andava studiata una nuova mobilità pubblica, fatta di mezzi efficienti ed innovativi, di centri storici “liberi” dal traffico veicolare. E la mobilità sia pubblica che privata nelle città andava “ripensata” nella direzione di sviluppare e diffondere motori che utilizzassero vettori energetici in grado di azzerare la “produzione distribuita” degli inquinanti. Perché, vedete, il senso dei motori elettrici, delle celle a combustibile o di qualsiasi altro vettore simile è unicamente questo: concentrare la produzione di “vettori energetici puliti” in pochi siti in cui le dimensioni produttive rendano possibile ed agevole (tecnicamente ed economicamente) contenerne le emissioni; ed usare in maniera distribuita vettori non inquinanti per il “consumo al dettaglio”. Ma di questo nel PEAR, ovviamente, non c’è nessuna traccia! Nemmeno i classici “quattro soldi” da mettere nella ricerca applicata o a disposizione (e quelli si che sarebbero stati incentivi benedetti) di chi fosse stato disposto ad adottare quelle motorizzazioni. Magari con “la spinta” di qualche buona legge regionale che mettesse – ad esempio – un limite al numero massimo di veicoli a combustibile fossile per unità abitativa. Almeno nelle città! Ma leggi del genere è difficile vederne perché, essendo cose impopolari, molto semplicemente … la nostra politica non è in grado di farle! (ricordate la metamorfosi del “consenso”?) E, perciò, nei PEAR di queste cose qua non se ne parla proprio!

Forse, l’unica “ciambella col buco” del primo asse portante del PEAR riguarda l’ottimizzazione dei processi produttivi mediante il mercato dei certificati bianchi, che ha funzionato (sempre con soldi nostri, ma ben spesi) perché le aziende hanno potuto fare investimenti a ritorno ed ad effetto perpetuo con un forte aiuto dallo Stato sotto forma, appunto, di certificati bianchi. Ma è una cosa questa che non ha nulla a che vedere con i PEAR, trattandosi di una misura europea e nazionale: l’unica cosa che avrebbe dovuto invece fare la politica locale tramite i PEAR, era (esattamente come si sarebbe dovuto fare per il risparmio energetico in edilizia)… uscire dalla volontarietà dell’azione, facendola diventare obbligatoria, con un’altra bella (ma “impopolare”) legge regionale, con tanto di audit energetici sui cicli produttivi delle aziende, piani di miglioramento e relative sanzioni per le società inadempienti! Ma questo, si sa (voglio dire “fare le leggi” che servono), sarebbe stato compito della politica; e, quindi, non dobbiamo meravigliarci che di tutto ciò nel PEAR non ce ne sia traccia alcuna!

B. Impiego delle energie rinnovabili. Ovviamente, nel PEAR il loro utilizzo – mediante impianti di produzione realizzati con la tecnologia esattamente nello stato in cui era allora ed è oggi – è centrale! Abbiamo già spiegato la natura di questa follia nel terzo articolo. Qui è sufficiente ribadire che non ha alcun senso accelerarne l’utilizzo massivo ed immediato. Perché costano tanto e non portano nessun beneficio all’ambiente! Dei danni che abbiamo fatto alle famiglie ed alle aziende facendo costare in Italia l’energia elettrica fino al 30% in più che negli altri Paesi, abbiamo già abbondantemente detto negli scorsi articoli: basta andarseli a leggere. In un documento così ambizioso come il PEAR, al capitolo “Rinnovabili”, avrei voluto leggere misure ECONOMICHE volte a promuovere ed incentivare la ricerca applicata per renderle competitive rispetto al termoelettrico da fossile. Mettendo insieme le strutture pubbliche (CNR, Università et similia) con i privati, le aziende sul territorio, su progetti ben definiti, il cui monitoraggio di risultati determinasse – come in tutti i Paesi “seri” del mondo - la continuazione del loro finanziamento. Questo perché è strategico per il Paese nella sua interezza ridurre la dipendenza dai combustibili fossili perché, non avendoli a casa, ci mettono economicamente e politicamente in balia di chi controlla quelle fonti. Il punto è che i PEAR non hanno generato alcuna legge regionale che stanziasse fondi certi e ripetitivi su questo tipo di ricerca; per far nascere in Italia un filone di ricerca applicata “VERA” - per intenderci, non i soliti carrozzoni inconcludenti cui siamo abituati - quella capace di produrre nuovo know-how (ad esempio brevetti) in grado di rendere le fonti rinnovabili competitive rispetto al termoelettrico da fossile. Salvo pochi casi isolati, i nostri migliori talenti continuano ad emigrare per fare altrove quello che dovrebbero fare in Italia, esattamente come facevano i nostri nonni all’inizio del secolo scorso. Son cambiate solo due cose: il mezzo (gli aerei invece dei piroscafi) e il materiale delle valigie (quella volta usava il cartone, oggi vanno le SAMSONITE). Un autentico DISASTRO!

C. Ecoefficienza energetica. È l’asse portante del PEAR di meno immediata comprensione, soprattutto nel neologismo “ecoefficienza”. In estrema sintesi, esprime l’idea che, in fatto di produzione e consumo di energia, “piccolo e distribuito è bello”. Pertanto, dato che il rinnovabile è supposto seguire esattamente questa logica in fatto di “taglie” degli impianti e loro “localizzazione”, per il fossile viene immaginato un modello analogo, in cui l’energia viene prodotta lì dove la si consuma, con l’indubbio vantaggio di azzerare il costo del trasporto. Il modello ipotizza tre taglie di impianti, a seconda del bacino di utenza. Si va dalle taglie maggiori (fascia 20-100 MWe), a quelle medie (5-20 MWe) e piccole (fino ad 1,5 MWe). Si ipotizza, a seconda della “taglia” dell’impianto, di associare alla produzione di Energia Elettrica un teleriscaldamento, una cogenerazione o una trigenerazione, al fine di aumentare il rendimento complessivo della fonte fossile.

Il modello non è affatto “malvagio” ed alcune cose vanno senz’altro tenute. Tuttavia, viene trascurato un fatto importantissimo ovvero che il termoelettrico da fossile comporta una serie di emissioni inquinanti che NON SONO la CO2, ma ben altro. Tanto per citare gli inquinanti “veri” più importanti vanno considerati gli ossidi di azoto (gli NOx), di zolfo (SO2) e dei metalli pesanti (presenti nei combustibili liquidi “pesanti” ed in misura maggiore nei solidi), gli incombusti (CO in primis), il particolato solido (il cosiddetto PM, Particulate Matter) di varia granulometria che è composto sia dalle ceneri (gli ossidi) che dai prodotti di condensazione e di deidrogenazione degli idrocarburi tra i quali i più pericolosi sono i composti policiclici aromatici, solo per citare i più conosciuti. E viene “drammaticamente” del tutto ignorato il fatto che l’adozione delle migliori tecnologie disponibili per il contenimento di queste che sono le “vere” emissioni (non la CO2 …) può spingere la compatibilità ambientale del termoelettrico da fossile tanto avanti quanto si vuole, purché le dimensioni degli impianti siano sufficienti a garantire i flussi di cassa necessari a finanziarle quelle tecnologie, senza generare divari nel costo dell’energia rispetto a quello che è nei Paesi nostri concorrenti!

Pertanto, sebbene molto suggestiva, l’ipotesi della produzione distribuita “non funziona perché implica un sistema di emissioni altrettanto “distribuite” e perciò del tutto fuori controllo. E non perché qualcuno ometta di conytrollarle, ma perché contenerne le emissioni le metterebbe del tutto “fuori mercato”. Ancora più “fuori mercato” di quanto il loro livello di potenza non le condanni già di suo. Tant’è che la “micro cogenerazione diffusa” del PEAR ha avuto (e non è un gioco di parole …) una diffusione assolutamente irrilevante: molto semplicemente, chi doveva metterci i danari (gli imprenditori del territorio, sotto forma di investimenti) per produrre l’energia necessaria ai propri bisogni aziendali o di distretto, “a conti fatti”, si è guardato bene dal farlo, ed ha continuato ad acquistare dalla rete!

Quello che va salvato di questa parte del PEAR è – fin tanto le tecnologie non diventino competitive con il termoelettrico da fossile - localizzare il rinnovabile nelle aree lontane dalle direttrici nazionali e locali di trasporto della rete elettrica, perché il risparmio sul costo del trasporto può – anche se solo in parte – ridurre i divario competitivo. Insomma, i campi fotovoltaici – se proprio li si doveva fare – andavano fatti lungo la pedemontana marchigiana e non nelle valli o sulle colline che abbiamo così coscienziosamente deturpato! Per la gioia di chi ci ha fatto, ci sta facendo e ci farà ancora per molto un bel po’ di danari! E gli impianti a biogas derivanti dalla fermentazione dei rifiuti organici – a meno che non si parli di captare il gas comunque prodotto dalle discariche – andavano assolutamente evitati! Ma come si fa a pensare di poterne finanziare il contenimento delle emissioni con una potenza installata che – espressa in MWe - vale solo 0,qualcosa!!!! Delle due l’una: o la sprovvedutezza ha definitivamente preso il sopravvento nelle sedi decisionali dei governi locali oppure si tratta di malafede e malaffare: ma questi ultimi - mi rendo conto - sono altri discorsi di cui altre istituzioni devono, eventualmente, occuparsi (come sembra stiano effettivamente facendo)!

Con questa breve disamina del PEAR marchigiano si conclude la breve serie di articoli iniziata oltre un mese fa sulla produzione di energia ed i suoi impatti sull’ambiente e lo sviluppo, insomma sulla nostra vita di tutti i giorni. Spero di aver centrato lo scopo dichiarato all’inizio del primo articolo di questa breve serie; ovvero esservi stato utile fornendovi un punto di vista alternativo, un po’ fuori dal coro, ma basato su dati e fatti, su una materia che ci riguarda tutti. Soprattutto, spero di avervi stimolato sull’importanza di farsi opinioni proprie, sempre. Per non cadere preda dei tanti “fideismi” che ci vengono continuamente ed ossessivamente proposti dalla politica. E la cosiddetta “politica nuova” non fa assolutamente eccezione!

Che dire: ciò che la politica locale ha fatto a questi temi è stato ridurli a semplici campi di battaglia sacrificati alla “guerra per il consenso”. E le conseguenze sono il declino civile, culturale ed economico delle nostre comunità. Nella fattispecie e da un punto di vista politico, i PEAR costituiscono uno degli esempi più significativi delle tante ragioni per le quali occorre che tutti insieme facciamo uno sforzo collettivo per cambiare le cose. I PEAR danno per assodata la “frammentazione” della politica energetica nazionale in tanti rivoletti assolutamente disgiunti ed in balia dei mille campanilismi ed interessi politici locali. È necessario “riscrivere” una politica energetica/ambientale NAZIONALE, che si integri in una più ampia politica di Sviluppo del Paese: che non è una questione “locale”! Averla voluta pensare tale è aver concepito la “tempesta perfetta” nella quale ci siamo lasciati “infilare” – più o meno consapevolmente, ognuno con le sue “ragioni” o le sue “scuse” – TUTTI QUANTI, come George Cluney ed il suo equipaggio nel memorabile film “The perfect storm” . Che, però, finisce (ma guarda un po’ …) che “muoiono tutti”!

Stare lontani dalla Politica (o dalle “tempeste”, se preferite) non ci garantirà dai guai! Che ci cercheranno e ci troveranno, come ben vedete tutti quanti, perché questa politichetta si “nutre” di noi, del nostro lavoro. E non ha la minima voglia di voltare pagina, come si continua chiaramente a vedere nei governi regionali ed in quello nazionale. E, perciò, occorre uno sforzo individuale per ritrovare le motivazioni per rimettersi in gioco. Perché è tempo di cambiare – finalmente – questo Paese. E dobbiamo farlo noi, cittadini comuni, principianti della politica.

Un ringraziamento a tutti quelli che han voluto leggermi (se non altro, per la pazienza dimostrata).

Altri articoli della serie:
1. La CO2 antropica ed il clima terrestre: ma sono veramente collegati come dicono tutti?
2. Ma … se la CO2 non ha nulla a che vedere con il clima, allora cos’è che stiamo combinando?
3. I veri danni della CO2 …






Questo è un articolo pubblicato il 10-08-2013 alle 00:01 sul giornale del 12 agosto 2013 - 4219 letture

In questo articolo si parla di Alfredo Punzo

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