Bugari: "Marcello e Antonio figli di un mondo altro"

5' di lettura 23/04/2019 - Antonio e Marcello, se ne sono andati due uomini d’altri tempi», titola Vivere Jesi del 22 aprile 2019, pubblicando un bel ricordo di Giordano Cotichelli.

Il primo, Antonio Giulioni, « ‘l giornalaro della staziò», lo conoscevo bene perché ero anch’io di quelli che andavano spesso lì a prendere il giornale, dopo avere sfogliato gli altri in esposizione: sfogliavi il giornale e ti scambiavi battute con Antò, che non stava mai zitto e fermo, oppure lo seguivi nelle battute che scambiava con gli altri.
Il secondo, Marcello Luzi, non lo conoscevo direttamente ma solo di fama, perché anche lui era un personaggio assai conosciuto in città.

«Marcello e Antonio figli di un mondo altro – scrive il lettore che li ricorda – rudi nei modi, ma col cuore d’oro, e d’oro pure le mani. Abitavano in un quartiere che per qualcuno può sembrare una bella location per sagre, eventi e movida, per molti significava – e in non pochi casi lo è ancora – una vita non sempre facile in un ambiente altrettanto difficile. Una visione che è stata ricordata ulteriormente alcune settimane fa nella presentazione del libro “La Simeide” di Tullio Bugari, in un Palazzo dei Convegni gremito di vecchi operai della Sima, dei quali molti abitavano a San Pietro, che stava lì, a due passi.»

L’articolo cita il mio libro La Simeide e la bella serata di presentazione, gremita di gente, appena un mese fa, al Palazzo dei Convegni, e La Simeide infatti è non solo la storia di una vertenza, che di per sé potrebbe essere raccontata in modo arido, ma è la rievocazione di tutto quel mondo che le stava attorno o ci viveva dentro, e che ancora fa parte della nostra identità.

E anche Antonio negli anni precedenti lavorava alla Sima di Jesi, a due passi da casa sua nello storico stabilimento di via Mazzini, la cui crisi lo spinse a trovarsi come occupazione alternativa l’edicola della stazione. E quindi è di nuovo La Simeide. Questo libro mi ha richiesto circa quattro anni di lavoro, durante i quali ho scritto un romanzo ‘di prova’ che è ambientato a Jesi nel 1977, e che ho pubblicato un anno prima della Simeide, nel 2018, con lo strano titolo ‘E Riavulille, i diavoletti che nella smorfia napoletana sono appunto il numero “77”, da noi anche “le gambe delle donne” ma io nascosto dietro ai doppi sensi alludevo ai movimenti politici di quell’anno, ambientandoli però a Jesi. Faccio rivivere insieme un gruppo di studenti e di operai, mondi diversi che in una piccola città s’intrecciano, e a un certo punto racconto un aneddoto, che ho raccolto da operai della Sima e so che è vero, anche se non so distinguere quanto in esso sia stato tramandato in modo colorito e un poco goliardico, aggiustandolo, ma sempre nel rispetto della quantità di produzione assegnata. E già che ci sono, anch’io lo riporto romanzandolo un po’. Il protagonista è Antonio, con ‘le mani d’oro’ come si dice nell’articolo di Vivere Jesi, simbolo nell’episodio specifico del romanzo della professionalità operaia.

I luoghi della vecchia Sima – foto di Adriana Argalia
«L’anno prima gli era capitato di fare il turno di notte nel reparto delle pompe plassy, quando il più esperto della squadra aveva tirato fuori dalla cassetta degli attrezzi una chiave e aveva iniziato a smanovrare misterioso sulla macchina. Gli altri attorno a chiedersi e lui soltanto quando la curiosità era colma si era voltato ammiccando: “Due minuti e vedrete che bellezza, il lavoro di un turno in tre ore” e tutti avevano già iniziato a pregustare la pennica per il resto della notte. E così era stato. A fine turno, belli riposati, avevano riprogrammato la macchina per la quantità ordinaria di pezzi e poi erano andati a casa a dormire ancora qualche ora. Ci sapevano fare, della professionalità operaia loro conoscevano anche questi risvolti sconosciuti ai più. Una sera per controllarli avevano mandato un sorvegliante più stronzo del normale, ma loro agganciati alla gru del carro ponte s’erano fatti trasportare su in una nicchia addossata al soffitto, come rondini, a guadagnarsi la meritata pennica della seconda parte della notte, e giù in basso il sorvegliante che si aggirava dappertutto senza trovarli ma il giorno dopo la produzione era tutta al suo posto.»

Trovo questa storia molto divertente, la inserisco nelle pagine iniziali di ‘E Riavulille, e poi più avanti la riprendo di nuovo, confrontandola con le ideologie pre-liberiste già in voga allora e citando altri aneddoti dai quali emerge – emergeva già allora, perché sono aneddoti veri – che paradossalmente in tante occasioni si preferisce distruggere la professionalità operaia e avere al suo posto manodopera dequalificata, che non sia in grado di controllare il lavoro. Mondi di ieri e mondi di oggi. Nell’articolo su Vivere Jesi, si descrive assai bene questo tipo di verità raccontando della creatività artigianale del falegname Marcello.








Questo è un articolo pubblicato il 23-04-2019 alle 16:17 sul giornale del 24 aprile 2019 - 2967 letture

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