S. Paolo di Jesi: le "zitelle" buttano via corpetto e abiti per la tradizionale Cavata

2' di lettura 18/10/2019 - Anche quest’anno la festa del Vi de visciola prevede, nella giornata di domenica 20 ottobre, la tradizionale “cavata delle zitelle”.

Si potranno ammirare giovani ragazze sfilare in abiti d’epoca per le vie del paese e fare la pigiatura dell’uva. Ed infine il momento tanto atteso: l’estrazione delle due zitelle che acquisiranno il diritto a ricevere, al momento del loro matrimonio, un sussidio (dotale) di 500 euro.

Un tuffo nel passato sicuramente affascinante, ma che nel tempo sembra essere diventato semplicemente una rappresentazione teatrale, uno spettacolo che incanta i visitatori con i sorrisi, gli abiti sfarzosi, e che tenta di nascondere tutte le tensioni che girano da anni attorno alla “cavata delle zitelle”. Basta guardare le foto degli anni passati per notare che si vedono sempre gli stessi volti, le stesse ragazze che prendono parte alla festa.

Viene dunque da chiedersi: ma dove sono le altre? Sempre più ragazze non partecipano alla manifestazione perché considerano questa un’imposizione. Tradizionalmente tutte le ragazze di San Paolo avevano sempre avuto il diritto di essere imbussolate e di ricevere il sussidio dotale, per il solo fatto di avere un’età compresa tra i 18 ed i 28 anni ed essere residenti nel Comune, così come le loro madri, e le loro nonne prima di loro.

Una tradizione che va avanti da circa 300 anni, da quando un parroco del luogo, il reverendo Don Antonio Agabiti, decise di lasciare alla sua morte i proventi dei suoi terreni alle ragazze povere del paese, per permettere loro di avere una dote e poter trovare marito.

Da alcuni anni però l’amministrazione comunale ha deciso, con delibera di giunta, di concedere il sussidio solo alle ragazze che danno la disponibilità a vestirsi e sfilare in abiti d’epoca. Un’imposizione ingiustificata, che ha fatto allontanare sempre di più le ragazze dalla tradizione e dalla festa e che le ha fatte sentire sempre più discriminate. Inutili anche i tentativi da parte di alcune ragazze di chiedere un cambiamento di tali regole, tutti rimasti inascoltati.

Viene dunque da chiedersi: si può veramente nel 2019 chiedere a ragazze – anche timide o introverse – di mettersi un vestito, di sfilare di fronte a tante persone, di fare sorrisi alle telecamere per avere un sussidio che, nell’intenzione originaria, nasceva come atto di carità cristiana?

Si può ancora invocare la “tradizione” per mascherare l’ingiustizia dietro la buona riuscita di una festa, che, per alcune di noi non è più tale?






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 18-10-2019 alle 10:29 sul giornale del 19 ottobre 2019 - 2696 letture

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