Fermo: Quattro chiacchiere con Angelo Ferracuti, il reporter che parte sempre da Fermo

7' di lettura 16/01/2020 - In un piccolo borgo di provincia chiamato Fermo vive Angelo Ferracuti, scrittore e reporter. Le sue fughe dalla città sono continue. Fa incontri, prende appunti, riporta ogni cosa. Nel suo ultimo romanzo definito da lui stesso di “elaborazione permanente del lutto” Angelo, a distanza di quattordici anni dalla perdita della moglie Patrizia, ricostruisce la sua di storia.

“La metà del cielo”, edito da Mondadori, è un romanzo struggente, graffiante. Fa breccia nel cuore di chi lo legge, quanto meno nel mio così è accaduto. Lo incontro fuori dall’Ufficio Postale dove lavora e ci facciamo quattro chiacchiere.

  • “Faceva molto freddo nel finto borgo di provincia e l’inquietudine serpeggiava tra le tenebrose case del centro storico, dove cova da sempre una sorta di strisciante cattiveria, che a volte è invidia sociale e a volte mera, gratuita ostilità”.

Così fin dalle prime righe descrivi Fermo. Che rapporto hai esattamente con la tua città?

“Il mio rapporto con Fermo è sempre stato conflittuale, in particolare con i poteri radicati, ostili ai cambiamenti, in una città conservativa come tutte le piccole città della provincia italiana. Rispetto a Ravenna, dove pure ho ambientato un libro, “Il costo della vita” (Einaudi, 2013) non c’è molta differenza, ha lo stesso conio, la stessa meccanica sociale, tipica delle piccole città identitarie dell’Italia centrale. Sotto all’apparente vita pubblica raccontata dalla cronaca locale, si cela una Fermo (o Ravenna, o tante altre) “interiore” costellata da dinamiche umane invisibili, che è la vita di tutti in tutti i luoghi con una simile antropologia, fatte anche di partecipazione attiva, solidarietà, come d’invidia e cattiveria, competizione, di sommersi e salvati. E’ la commedia umana. Trovo che, comunque, come raccontai già vent’anni fa in “Attenti al cane”, la provincia italiana in generale sia mutata parecchio in questi ultimi anni. I fattori sono molteplici, dovuti principalmente alle trasformazioni sociali generali, globali. Nonostante questa conflittualità, nutro anche un forte senso di appartenenza, è qui a Fermo che è custodita l’intera mia biografia, qui ritorno, vivo, ci sono tutti i miei affetti più radicati. Sono nato qui, non me ne sono mai andato, lo trovo ancora un posto molto civile, con una qualità della vita e una umanità fortissime. Proprio in un’intervista a “Traveller”, una rivista di viaggi, che uscirà a marzo, giorni fa ho raccontato di quanto bellissima sia con questo suo paesaggio quasi fiabesco e queste sue colline che rappresentano un conio della civiltà contadina arcaica, qualcosa di unico”.

  • “Alticcio, la morte dentro, incapace di fare qualsiasi cosa. Con l’alcol riuscivo a darmi coraggio e affrontare le giornate.”

Ecco che tu trovi il coraggio di inserire nel romanzo dettagli della tua vita come il tradimento o l’esperienza con l’alcol che sono pane per i denti di chi, in piccole città come Fermo, ama tanto giocare a quel gioco che tu chiami “telefono senza fili”. Quanto t’è costato inserire questi particolari?

"Certamente tutto questo ha avuto un costo, soprattutto nei confronti delle mie figlie, un denudamento, però sono uno scrittore, di conseguenza tutto quello che metto nero su bianco diventa pubblico. Sono abituato a farlo da sempre, anche se in fondo considero “La metà del cielo” un libro di letteratura e, in quanto tale, è altra cosa rispetto alla vita reale".

  • “Adesso racconto soprattutto storie dal vero, basta finzione: viaggio. Vado e torno. Vado e torno.” Chi era quindi Angelo Ferracuti prima che l’amore per il reportage scoppiasse?

“Ero un ragazzino che scriveva poesie, i cui versi all’epoca trovavano spazio in una rivista chiamata “Alias.” Verso la fine degli anni ’80 mi cimentai nella stesura di un racconto, un giallo per l’esattezza. Con questo primo ma anche ultimo mio giallo concorsi a un premio al Mystfest di Cattolica. In giuria c’erano nomi illustri come Carlo Lucarelli e Marcello Fois, tra l’altro miei coetanei, vinse Eraldo Baldini ma risultai tra i segnalati. Arrivare tra i finalisti mi ha talmente incoraggiato che poi ho scritto una raccolta di racconti, “Norvegia”. Se penso che la mia prima pubblicazione risale a quando avevo trentatré anni mi verrebbe da definirmi “scrittore tardivo”. Ho proseguito comunque per la mia strada, da una piccola casa editrice, Transeuropa, dove Pier Vittorio Tondelli, l’autore di “Altri libertini” concepì le sue antologie di ricerca degli “Under 25”, passai a Guanda. Successivamente pubblicai anche un libro per Rizzoli, tutto ambientato a Fermo, ma non fu un successo. Fu in quel periodo che incontrai un uomo, un fotoreporter leggendario, Mario Dondero, un maestro al quale sono incredibilmente legato e al quale devo moltissimo. Il contagio fu immediato: sindrome del viaggio e del reportage. Non a caso in questi giorni mi sono recato a Berlino per un lavoro che uscirà a giorni su “Lettura” del Corriere della Sera. Ci sono storie che mi colpiscono così tanto che la voglia di raccontarle diventa fortissima. Così nel 2005, sempre insieme con Mario, ho preso il via. Ci trovavamo a Monfalcone, ai cantieri navali, e lui mi chiese di scrivere il pezzo per “Diario” -illustrato dalle sue fotografie- un’importante rivista fondata da Enrico Deaglio. Per loro poi, successivamente, scrissi molto ed ero sempre in giro.

  • “L’idea di un comune amico era di coinvolgerla in uno spettacolo teatrale tratto dalla vita e le opere del poeta Dino Campana”.

Galeotto fu il teatro quindi per te e Patrizia?

“Sì, è proprio in teatro che tanti anni fa incontrai il sorriso contagioso di lei, la donna che ben presto divenne non solo mia moglie ma la madre delle mie figlie. Il nostro fu un amore bello, forte, intenso, anche conflittuale a volte, del resto con due caratteri forti come i nostri non poteva essere altrimenti. Finché si è giovani di energia per litigare ce n’è tanta, poi passa…”

  • “E’ arrivato il tempo di scrivere questa storia, è tutto lontanissimo adesso, si può fare.”

Il tempo ha alleviato le ferite. Dopo tutto che uomo è diventato Angelo?

“Esperienze così dolorose ti trasformano. Quelli lì oggigiorno sono anni lontani. Ho attraversato le stagioni della vita. Sono stato bambino, ragazzo, un giovane uomo e un padre maturo. Ora sono un uomo di mezza età e più scrivevo di me, dei miei fallimenti, del dolore per la malattia e la morte di Patrizia più mi rendevo conto che quell’io che sono stato allora ora non esiste più, quasi come se stessi raccontando la storia di un altro.

  • “Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto”.

Con una citazione di Orwell sul fallimento dai il via al tuo romanzo. Perché il fallimento è l’aspetto che più ti interessa raccontare?

“Il fallimento, quel sentirsi inetti che pervade tutta la letteratura novecentesca credo sia la cifra della vita. In un’epoca che ci vorrebbe tutti dei vincenti, in realtà siamo un po’ tutti dei falliti. Padri falliti, mariti falliti, professionisti falliti, da qualche parte c’è un fallimento che ci tende un agguato e ci umanizza, scopre le nostre umanissime fragilità. Per non parlare poi del fallimento politico che ha vissuto la mia generazione. Credevamo di cambiare il mondo, ma di quanto sognavamo e immaginavamo, purtroppo, è accaduto il contrario. Essere umani, significa anche fallire, quindi va bene così in fondo”.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questa è un'intervista pubblicata il 16-01-2020 alle 00:08 sul giornale del 17 gennaio 2020 - 360 letture

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