La meditazione di sabato dell’ottava di Pasqua

9' di lettura 18/04/2020 - Siamo già al sabato, giorno di Maria. In questa ottava di Pasqua chiediamo a Maria che possiamo avere occhi e cuore suoi per vedere e contemplare la Pasqua di Gesù come lei l’ha vista e contemplata. La sua fede le ha permesso di vedere l’agire di Dio nelle ristrettezze che lei si è trovata a vivere.

La certezza della vittoria di Dio le ha permesso di vivere in quella gioia interiore che mai viene meno a coloro che sinceramente si affidano al Signore. Le letture che stiamo facendo ci aiutino a comprendere il cammino di fede che hanno fatto gli apostoli e i primi discepoli: comprendere per percorrere la stessa strada.

Dal Vangelo secondo Marco

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Meditiamo

Nella prima lettura che la liturgia ci propone leggiamo ancora le conseguenze di quella guarigione dello storpio che Pietro aveva operato e che ci era stata raccontata qualche giorno fa. Pietro e Giovanni hanno parlato della resurrezione di Gesù, vera causa di quella guarigione. Ma ora devono difendersi davanti al Sinedrio, il tribunale che, prima di Pilato, aveva condannato Gesù. Ma in realtà anche in questa occasione hanno la possibilità di testimoniare la forza della loro esperienza della resurrezione di Gesù. Infatti i capi ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. E la risposta di Pietro e Giovanni è immediata: Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. Insomma non si può disobbedire a Dio per far piacere agli uomini. E nonostante le minacce e altre persecuzioni che in seguito ci saranno, gli apostoli non possono nascondere la verità della Resurrezione di Gesù. E proprio perché il loro annuncio riguardo alla resurrezione avviene in mezzo alle difficoltà, anzi in mezzo alle persecuzioni, la loro testimonianza risulta credibile. Ormai è cominciato il cammino della chiesa, popolo di Dio inviato nel mondo per vivere la vita dei figli di Dio e per portare a tutti questo annuncio meraviglioso. E di questa Chiesa facciamo parte anche noi. Non sentire il desiderio di annunciare il Vangelo e quindi starsene pigri, vuol dire in realtà non aver incontrato Gesù.
Chi ha incontrato il Signore Risorto obbedisce alla sua parola che chiede di andare in tutto il mondo e dire a tutti che il Cristo è vivo ed è il salvatore del mondo. Ed è questo quello che sottolinea il brano di vangelo che abbiamo letto oggi. L’evangelista Marco, lo abbiamo sentito, in maniera agile fa una rassegna delle apparizioni del Risorto. Ci si dice: Risorto al mattino, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala. Questa andò ad annunciarlo ai discepoli. Ma essi non credettero. Dopo questo, apparve a due di loro, in campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. La prima cosa che risalta è l’incredulità proprio degli apostoli. Anzitutto non si crede a Maria di Magdala. Lei spiega che Gesù è risuscitato. Ma gli Undici la prendono per una visionaria. In seguito arrivano i due discepoli ai quali il Signore si era affiancato e si era manifestato nella campagna. Possiamo riconoscere in questi due i discepoli di Emmaus. E gli Undici non ascoltano nemmeno questi.
Ma perché questa fatica nel credere? Forse la delusione, forse lo sconforto, forse la paura, sicuramente il fatto che l’annuncio che la morte fosse vinta appariva inverosimile… Del resto non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo. Sarà infatti proprio lo Spirito Santo a condurre i discepoli alla Verità tutta intera. Ma finalmente Gesù si manifesta a tutto il gruppo. Dice ancora l’evangelista Marco: Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». Gesù li rimprovera. Avrebbero dovuto almeno interrogarsi, chiedersi cosa stava accadendo. Certo non era facile credere, ma i discepoli non si sono posti nemmeno delle domande: insomma hanno mantenuto il cuore chiuso.
E questa è stata la vera mancanza. Ma Gesù continua a dar loro fiducia e affida la missione più grande, più bella, più utile che possa esistere: li invia ad annunciare il Vangelo ovunque. Ed essi dopo aver ricevuto lo Spirito Santo non hanno più paura di affrontare ogni situazione. Quell’iniziale incredulità paradossalmente ci aiuta: hanno faticato per credere, pur in mezzo ai dubbi hanno cercato di capire, ma ora, proprio per la fatica che hanno fatto, sono credibili. E’ la loro credibilità diventa piena perché hanno suggellato con il martirio la loro fede. Sì, per dire la loro esperienza hanno offerto la vita. Non si va a morire per fare uno scherzo; non si perde la vita (e in quale maniera!), per raccontare una favoletta. Gli apostoli, attraverso momenti di incredulità, hanno raggiunto una limpida chiarezza e alla fine erano certi di quello che avevano visto e sperimentato, per cui hanno preferito morire che tacere. E così ora, per la loro fatica, sono in grado di sostenere anche la nostra fede.
Ora tocca a noi. Ora siamo chiamati noi a portare il vangelo. Ma di fronte a questo mondo che ha altro da pensare, di fronte a questo mondo che non ha voglia di sentire parlare di Gesù, è proprio così necessario impegnarsi per annunciare che Gesù è vivo e che anche a noi, se la accogliamo, è data quella vita immensa che noi chiamiamo Vita eterna? In una sua esortazione, intitolata La Gioia del Vangelo, Papa Francesco ha risposto proprio a questa domanda, indicando quanto sia necessario annunciare il vangelo. E ha indicato cinque fra i tanti possibili motivi.

1- Il primo motivo per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto.
L’esperienza di essere stati salvati da Lui ci spinge ad amarlo sempre di più. Ed è proprio questo amore che ci spinge a farlo conoscere. E quando questo desiderio viene meno è necessario cercare il Signore in una preghiera più intensa e nella sua parola.

2- Il secondo motivo per evangelizzare è che il vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone.
Gli uomini spesso non ne hanno la consapevolezza, ma il vangelo cambia la vita, la rende buona, vivibile, la rende nuova.

3- Il terzo motivo sta nel fatto che nel cuore dell’uomo e dei popoli ci sono delle domande sul senso dell’esistere, c’è un bisogno di luce di fronte agli interrogativi più profondi del proprio esistere. E le risposte vengono solo dal Vangelo.

4- Il quarto motivo sta nel fatto che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non averlo conosciuto. Non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. L’esperienza del risorto cambia la vita, la rende gioiosa, generosa, motivata, piena di speranza, anche nella fatica e nella prova.

5- Il quinto motivo sta nel fatto che chi incontra Gesù desidera imitarlo. E Gesù è il missionario del Padre, porta l’amore di Dio. Chi incontra Gesù desidera mettersi su questa scia e cercare sempre la gloria di Dio.
E finalmente il Papa conclude che la missione di annunciare Gesù, il risorto ci deve appartenere talmente che non è solo una parte della vita, un momento della giornata. Il Papa arriva ad affermare così: Io sono una missione su questa terra, per questo mi trovo in questo mondo.

Certo, a volte avvertiamo la fatica dell’impegno nella Chiesa o semplicemente negli ambiti in cui siamo chiamati ad operare: famiglia, lavoro, relazioni… A volte per l’insuccesso, a volte per il rifiuto, la tentazione di arrendersi è in agguato. E, ripeto, questo non solo nel portare il vangelo, ma in ogni situazione di vita: dall’educare i figli a ricostruire un rapporto coniugale in difficoltà, dal mantenere una amicizia al costruire buone relazioni con i fratelli, dal vivere nella verità al praticare la giustizia. Tutto può apparire difficile. Vale la pena lottare, impegnarsi? Sì, dice il papa. E qui voglio leggere, sì, leggo proprio, perché è troppo bello, quanto il Santo Padre dice sempre in questa esortazione La Gioia del Vangelo. Scrive il Papa: Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. Dobbiamo sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Ma uno deve essere ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere né come, né dove, né quando. Infatti ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza (EG 279). Sì, carissimi, è così. L’azione dello Spirito Santo, infatti, viene in soccorso alla nostra debolezza.

Chiedo su tutti ogni benedizione, apportatrice dell’aiuto dello Spirito Santo che agisca in noi e per mezzo di noi.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 18-04-2020 alle 22:36 sul giornale del 20 aprile 2020 - 195 letture

In questo articolo si parla di chiesa, attualità, gerardo rocconi, jesi, diocesi di jesi, comunicato stampa

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/bjUg





logoEV