Mons. Rocconi, la Parola del Signore di oggi

9' di lettura 04/05/2020 - Iniziamo ancora un settimana. Ancora con tante restrizioni, anche se cominciamo a vedere qualche spiraglio. Non stanchiamoci di pregare perché il Signore che è il buon Pastore cammini davanti a noi e ci indichi la strada.

Ascoltiamo allora i Vangelo, dove anche oggi il Signore usa questa bellissima immagine: Egli è il Bel pastore.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». Parola del Signore

Meditiamo

Ieri, quarta domenica di Pasqua abbiamo celebrato la giornata di preghiera per le vocazioni. Abbiamo letto una buona parte del capitolo 10 di Giovanni ascoltando Gesù che si definiva la porta del recinto e il buon Pastore. L’insegnamento era chiaro: bisogna passare attraverso di lui, pastori e fedeli: i primi per essere autentici pastori e rappresentanti di Gesù, i secondi per trovare pascolo buono: e il cibo buono che Gesù offre è la sua Parola e l’Eucaristia.

Dal recinto il Buon pastore fa uscire le sue pecorelle per portarle al pascolo. E il pascolo che il Buon Pastore offre è buono. Il rischio è la inappetenza. Ma se non si mangia si muore. E questo vale anche nella vita spirituale. Nei giorni scorsi abbiamo meditato per una settimana intera sul discorso del Pane di vita. E Gesù è stato chiaro: il cibo buono che egli dà è la sua Parola e l’Eucaristia. Ha perso tutti i discepoli, ma Gesù nella sua coerenza non ha temuto di rimanere solo. E ribadisce che il cibo buono è la sua Parola e l’Eucaristia che è la sua carne offerta in dono. Con molta facilità anche quelli che si chiamano fedeli tralasciano questo cibo.

In maniera forzata abbiamo dovuto fare un lungo digiuno eucaristico. La domanda che ci dobbiamo fare allora è questa: per non morire di fame ci siamo fermati maggiormente ad ascoltare e meditare la Parola del Signore? Come nella vita fisica: se ci manca un cibo, per quello che è possibile, si mangia altro. Questo non vuol dire che possiamo vivere a lungo senza Eucaristia, vuol dire però che non ci si può adagiare nel non cercare cibo spirituale buono. E abbiamo capito. Questo cibo spirituale buono è la Parola e l’Eucaristia.

Ieri abbiamo meditato a lungo sulle caratteristiche del buon Pastore, quelle caratteristiche che il vangelo oggi ci ripropone ancora. Anche io, allora, vorrei approfondire ulteriormente quelle parole intense che Gesù ha detto e che ieri abbiamo ascoltato.

Anzitutto Gesù è il buon Pastore in contrapposizione al mercenario. Il mercenario fugge di fronte al pericolo. Le pecore non gli costano nulla. Uscendo dall’esempio, Gesù ha a cuore le sue pecorelle, coloro cioè che il Padre gli ha affidato. Infatti le ha conquistate a caro prezzo. Il suo gregge, cioè la sua Chiesa, Gesù l’ha generata sulla croce. Questo infatti era la volontà del Padre.

Nel libro del profeta Geremia leggiamo così: «Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo... Radunerò io stesso il resto delle mie pecore.... Ecco, verranno giorni - dice il Signore -nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra (Cfr Ger 23,1-5). Qui si parla dei pastori del vecchio testamento. Per questo era viva l’attesa di un pastore secondo il cuore di Dio. E Gesù nella sua vita pubblica offre una rivelazione di sé: si rivela come il pastore atteso e pertanto ancora una volta in lui si realizzano le antiche profezie. In questo cap. 10 di Giovanni, ormai lo abbiamo capito bene, Gesù, descrivendo il suo rapporto con le pecorelle, si pone in decisa contrapposizione all’opera di coloro che avrebbero dovuto pascere Israele.

Gesù è l’unico mediatore di salvezza, l’unico che può davvero liberarci. La salvezza è possibile solo per mezzo suo; solo per mezzo di lui si può fare esperienza di libertà, solo per mezzo di lui si può accedere alla vita. E che vita! Dice infatti: “Io sono venuto perché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (10,10).

Tutto ciò è possibile perché lui è la porta delle pecore e, secondo un’altra prospettiva, è il pastore, anzi il Buon Pastore, il Bel Pastore, il vero e autentico pastore, che dà la vita per le sue pecore, vive per loro, offre la vita fino a morire lui stesso perché esse abbiano vita in abbondanza. Questo è Gesù.

Nella parabola della Porta si era detto che il pastore chiama le pecore per nome ed esse lo seguono perché conoscono la sua voce (10,3- 4). Ora si esce dalla parabola e Gesù parla di sé: “Io conosco le mie pecore ed esse conoscono me”. Sono parole che esprimono una profonda esperienza di vita, un rapporto intimo, personale, fatto di amore e comprensione. L’intimità è tale che Gesù per farcela capire meglio la paragona al rapporto vitale che esiste tra lui e il Padre (10,15). Gesù sembra voler dire che tra lui e i suoi c’è l’esperienza stessa della vita divina. Esperienza che da parte di Gesù vuol essere esperienza di donazione: Io do la vita per le pecore (15). E’ come se Gesù dicesse che tutto il suo vivere sino alla fine vuol essere un dono per i suoi discepoli. Il discorso ora si allarga al mondo intero. Infatti dice: “Ho altre pecore che non appartengono a questo cortile”. Le altre sono disperse nel mondo, appartengono ad ogni gente e ad ogni razza. E la missione di Gesù è raggiungere anche quelle, è necessario che egli le conduca affinché ascoltino la sua voce e così mediante la loro obbedienza ci sarà un solo gregge e un solo pastore. Ormai l’allusione alla Chiesa, popolo di Dio, di cui Gesù è il pastore, è evidente. Il riferimento è alla Chiesa che non può essere che una, senza barriere e senza ostacoli, aperta a tutti e alla cui appartenenza tutti sono chiamati. Ma come in altri passi, Gesù parla al futuro. Ciò accadrà, ma prima deve accadere qualcos’altro: Gesù deve donare la sua vita per poi riprenderla. La chiamata di tutti ad essere Chiesa, all’intimità con Gesù, alla salvezza, alla partecipazione alla vita divina è frutto del dono che Gesù fa di se stesso nella sua ora. E’ un dono. Gesù sa che vogliono ucciderlo, ma ci tiene a dire che la vita non sono gli altri a prendergliela, è lui che la dona come atto di amore, perché tutti abbiano vita in abbondanza. E questo è il comandamento del Padre. In altre parole, la morte di Gesù non è un incidente imprevisto perché lui si è messo contro i potenti, ma è un dono voluto, anzi un atto di amore per il quale il Padre lo ha mandato nel mondo: donare la vita per riprenderla, amare fino alla morte per avere e donare una vita immensamente più grande.

Quanto abbiamo detto ha tanti risvolti che meritano attenzione e sui quali la nostra vita deve confrontarsi. Facciamolo come in un esame di coscienza:

1- Le pecore ascoltano e obbediscono. Così deve caratterizzarsi il nostro rapporto con Gesù. Fra le tante voci che è possibile ascoltare, è necessario riconoscere quella autentica di Gesù. L’ascolto di questa voce, questa voce riconosciuta fa sì che si chiariscano tutti quegli interrogativi sulla fede che spesso abbiamo. Questa voce ascoltata nel segreto della coscienza, là dove il Signore può arrivare, comunica quella certezza di fede che non ha nulla da invidiare alle certezze che vengono dai sensi. Non dimentichiamo mai che il Signore, se glielo permettiamo, vuol percorrere quella via del cuore di cui abbiamo parlato a lungo.

2- Ma come si ascolta la voce del Pastore? Chi passa per Gesù trova pascolo, ha la vita. La Parola di Dio e l’Eucaristia è il pascolo dove è possibile trovare nutrimento. Quanto per noi questo è vero?

3- E’ importante conoscere il Buon Pastore, ma, se è vero che il Buon Pastore conosce le sue pecorelle, bisogna fare la nostra parte per lasciarci conoscere. Come ci lasciamo trovare? Oppure facilmente siamo in fuga presi da altri affanni, desiderosi di altri pascoli, nell’illusione di trovare un cibo migliore?

4- Il Buon pastore cerca le altre pecore disperse. Quanto abbiamo a cuore l’opera di Gesù? Sappiamo dire al Gesù: Signore fa’ di me quello che vuoi. Ti offriamo la nostra opera perché a tutti sia annunciata la tua parola! L’immagine è quella delle pecore, sì, ma non dimentichiamo che il Signore cerca persone che vivano i suoi sentimenti.

5- Per questo ciascuno di noi per la sua parte è pastore. O meglio, ormai c’è un solo pastore per cui non si è pastori in aggiunta a Gesù, ma si partecipa della sua carità pastorale. Ognuno di noi è dentro questa missione (sacerdote, genitori, catechisti, educatori, ecc).

Per cui, dobbiamo chiederci se partecipiamo veramente della carità pastorale di Gesù che è venuto per dare la vita e volontariamente la offre affinché altri abbiano vita. Grande, impegnativo, ma meraviglioso è l’impegno che Gesù ci chiede. Per questo invochiamo il suo Spirito e chiediamo ogni benedizione.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 04-05-2020 alle 18:59 sul giornale del 05 maggio 2020 - 243 letture

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