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Giovani e movida, Progetto Policoro invia una lettera alla città

6' di lettura 23/10/2020 - Cosa fare con i giovani, oltre la movida cittadina nuovi percorsi generativi.

La notizia che i giovani jesini (e non solo nella nostra città) riempiono le strade del centro storico il fine settimana, assiepandosi e aggregandosi spesso senza proteggersi con la mascherina, ha fatto il giro dei social prima ancora che dei giornali online. Alla movida hanno fatto seguito le polemiche e le prese di posizione, peraltro giustificate, degli abitanti della parte vecchia della città di Federico, per gli schiamazzi notturni e per i comportamenti indecorosi visti tra i vicoli del centro, fatti di fenomeni derivanti nella maggior parte dei casi dall’ubriachezza.

Quando si parla di giovani i problemi che generano ricadono essenzialmente sempre su di loro e le loro famiglie: le soluzioni, sovente, passano esclusivamente per interventi di ordine pubblico, telecamere di sorveglianza e controllo di polizia. Rimandare la responsabilità ai giovani stessi, alla società in generale in quanto “è una problematica di tipo sociale”, alle famiglie per azioni di educazione civica efficaci e puntuali, inquadrare la questione come “un problema oggettivo di ordine pubblico” potrebbe esprimere un atteggiamento ed un approccio difensivo e privo di prospettive progettuali, un fermarsi al presente privo di potenziale generativo.

Lo sappiamo, la libertà per i giovani è assoluta e inderogabile: significa non concepire alcun legame di dipendenza delle proprie scelte da quei vincoli che, al contrario, hanno interessato la vita dei nonni e dei genitori. E si manifesta questa libertà, spesso, proprio in una profonda contraddizione con le generazioni precedenti. I giovani da sempre hanno una insopprimibile voglia di vivere che, purtroppo, con il covid 19 hanno avuto tarpata nei lunghi mesi di lockdown.

Noi di Progetto Policoro riteniamo che i giovani che vivono in una comunità cittadina ai tempi odierni non possono diventare “un problema”, né essere “il problema di ...”, al contrario sono e devono diventare un bacino di forza, di coraggio e di idee, nel rispetto delle loro diverse identità e sensibilità: la città deve diventare per loro un buon posto dove vivere se si riconoscono come appartenenti ad un medesimo progetto che presta attenzione alle loro esigenze e ai loro bisogni DIOCESI DI JESI anche di svago.
Devono poter iniziare a ri-conoscere i luoghi della “città del noi”, cogliere le possibilità esistenti per trasformare insieme i problemi in opportunità.

Ci chiedono a gran voce un riconoscimento sociale, dove prendere consapevolezza di se’ stessi e delle proprie potenzialità, dove venire collocati, apprezzati e valorizzati. Riportiamo a tal proposito in riferimento ad un recente fatto di cronaca la riflessione espressa da una giovane amica di una ragazza morta di overdose a diciotto anni: “ Non trovi più nessuno oltre che te stesso, se riesci poi ....questo è il risultato di una persona che non è riuscita ...”.

Offrire nuove prospettive di speranza nel contesto sociale diventa la vera sfida che ci aspetta nel rapporto giovani – comunità, una sfida culturale e politica attraverso cui tutti i soggetti coinvolti (amministratori, animatori, educatori, genitori, ragazzi) elaborino valori condivisi. Mettere da parte dei “non problemi” e facili soluzioni: ri-pensare insieme dei luoghi incubatori di nuove ed originali esperienze aggregative dei giovani, scoprire ed alimentare la generatività dei nuovi modi di “fare gruppo” anche attraverso dei patti intergenerazionali. Andare oltre l’immaginario disponibile che spesso, sia per le nuove che per le vecchie generazioni, coincide con un non pensiero sul futuro.

Come riuscirci? Quali strumenti utilizzare per intercettare il disagio giovanile ? Come decifrare la loro contemporaneità vissuta? Come costruire e proporre possibilità ed immaginari diversi da quelli in circolazione spesso vuoti di senso ed ingannevoli? Quali nuove forme di socialità e di convivenza ci propongono oggi i nostri ragazzi? Possono essere ritenute o rielaborate come valide esperienze formative soggettive e collettive oltre che rigenerative del presente?
Mettere in atto concretamente la possibilità di osservare le dinamiche di relazioni tra giovani nella loro vita quotidiana potrebbe restituirci una nuova rappresentazione della loro generazione, una storia forse sconosciuta: prestare attenzione vicino all’esperienza diretta, a cosa accade nei loro legami sociali, sforzarci di ri-conoscere le necessità, le fragilità e le potenzialità, questo si sarebbe un grande investimento di benessere sociale per la nostra comunità. In altre città fuori regione si sono poste in essere iniziative volte a sostenere l’attività volontaria di gruppi di cittadini mettendo a disposizione locali, risorse e idee: progetti di volontariato civico, di rigenerazione urbana con finalità di promozione di attività artistiche e culturali, di avvio dei c.d. laboratori di quartiere dove discutere il futuro della città, di borse di studio per giovani laureati, di rassegne cinematografiche e musica dal vivo e altro ancora.

Ci chiediamo pertanto se anche la città di Jesi sia in grado oggi di proporre “altro” dalla movida serale e dai locali di divertimento e di svago, accompagnare l’autonomia esperienziale dei ragazzi con lucidità e progettualità, riempire il vuoto del tempo libero. Forse bisogna iniziare a fare un po’ di sana autocritica tutti insieme e prendere atto della mancanza di idee per aggregare, stimolare iniziative di giovani, promuovere, all’interno della comunità, attività culturali, aggregative, ludiche.

E’ giunto il momento di avviare un confronto ed una ricerca condivisa, a vari livelli istituzionali e non, per una “ritessitura” del legame sociale fra generazioni diverse anche osservando con fiducia le nuove esperienze aggregative dei giovani per entrare in sintonia da adulti con queste nuove modalità di fare gruppo.

Noi naturalmente siamo aperti ad ogni proposta di confronto e di collaborazione, anche per dare vita a nuove narrazioni collettive, uscendo dai confini dei tempi e degli spazi consueti. E il Covid 19 può, paradossalmente e purtroppo drammaticamente, aiutarci a riscoprire, come scrive il sociologo Mario Pollo, “la nostra nostra fragilità umana, il nostro essere vulnerabili e accomunati, tutti, da una finitezza che dobbiamo accettare. La forzata separatezza dagli altri – che possono costituire un pericolo per noi, come allo stesso modo noi per loro – svela come il nostro io sia sempre legato a un tu e a un noi, in una relazione di appartenenza ad un tutto del quale siamo una parte distinta e cosciente ma senza il quale non possiamo esistere e del quale siamo tutti responsabili. Ed è proprio il peso di questa “assenza” che, paradossalmente, “ci rende l’altro più presente e ci impone di pensare non solo al mio benessere ma anche al suo”.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 23-10-2020 alle 11:53 sul giornale del 24 ottobre 2020 - 273 letture

In questo articolo si parla di attualità, progetto policoro, comunicato stampa

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