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Al teatro studio Valeria Moricon va in scena 900 destini in fuga

4' di lettura 30/11/-0001 -
Martedì prossimo, alle ore 21.15, presso il teatro studio Valeria Moriconi a Jesi in piazza Federico II, con ingresso libero, verrà messo in scena lo spettacolo dal titolo: “900 destini in fuga” di Doriano Pela e Gianfranco Frelli.

dal Comune di Jesi
www.comune.jesi.an.it


Lo spettacolo, realizzato dalla Cooperativa Culturale Jesina, grazie al contributo degli assessorati alla vultura del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona, nell'ambito dell'iniziativa: "Leggere il '900", per la regia di Gianfranco Frelli, vede come interpreti: Luigi Bini, Simone Marani, Daniel Falappa, Milena Gregori, Manola Carbini, Francesca Tilio, Jacopo Mancini, Silvia Sassaroli, Antonella Fanelli, Luce Merli, Barbara Pierpaoli, Gioia Tangherlini, Margherita Anibaldi, Laura Pontoni, Maria Costanza Boldrini, Annalisa Belegni, Sonia Montesi, Isabella Marzioni, Isabella Faricelli, Maria Pia Zenobi.

Si tratta di uno spettacolo corale riconducibile al filone del “teatro civile”, mirante a focalizzare l’attenzione su una fase importante della nostra storia recente (gli anni del secondo dopoguerra e del boom economico), su un segmento all’epoca maggioritario della popolazione italiana (ossia quella rurale) e su un fenomeno cruciale: la fine del mondo contadino e l’esodo di massa verso le città. Il testo - che prende le mosse dalla documentazione storica - aspira ad “aprire una finestra”,

uno scorcio sul nostro passato recente e pone in evidenza alcune delle modalità attraverso cui è stata scritta tumultuosamente la parola “fine” su una civiltà millenaria, quella rurale (e quindi su usi, costumi, linguaggi, comportamenti), e con cui si è inaugurata la modernità - non priva di contraddizioni - della società italiana.

Una modernità che per gli ex contadini inurbati si materializza, all’epoca, con il lavoro in fabbrica malpagato, con la vita stentata nelle periferie degradate, con la sudditanza psicologica verso i "cittadini" ed i modelli di comportamento diffusi da radio e tv, con lo sfaldamento delle famiglie tradizionali. Ovvero, l’altra faccia della medaglia del miraggio che abbaglia tanti giovani contadini subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ed è per l’appunto qui, sul versante della "fine" del mondo contadino, che ci si sofferma, con uno spettacolo che, ripercorrendo tali vicende, suggerisce inevitabilmente anche spunti di riflessione rispetto al nuovo esodo - diverso ma altrettanto drammatico - degli immigrati extracomunitari.

L’interprete principale della storia è il contadino marchigiano del ‘900, in una Italia scossa dalla II guerra mondiale, dove è impoverito più di ogni altro mondo, quello contadino. Per i contadini marchigiani la vita era già dura per la mezzadria e per le caratteristiche naturali del terreno, Essi erano costretti a fare i conti quotidianamente con l’affannoso lavoro che produceva un raccolto che bastava appena per pagare il padrone e per sfamare con poco cibo la famiglia. Ai nostri contadini mancavano i soldi per comprare qualsiasi cosa, i loro figli non andavano a scuola. L’ignoranza li ha resi schiavi molto facilmente delle idee di grandezza del fascismo che prometteva: terra, ricchezza, libertà e prosperità.

Questo ha comportato che nelle campagne marchigiane ci sia stato un massiccio arruolamento di braccia per servire la patria. Si andava in guerra e non si tornava più. I pochi che tornavano non tornavano ricchi, ma stanchi ed invalidi e si rendevano conto che la terra non concedeva niente e allora si emigrava a Milano, Torino, Genova, Bologna in cerca di fortuna che il più delle volte non si trovava.

Le aspettative venivano deluse e chi non tornava a casa per paura di sentirsi sconfitto, moriva da emigrante, lontano dalla propria terra e dagli affetti: solo, come morivano i padri in guerra. Consumati dalla tristezza, nell’angoscia e nella solitudine. Questo, in fondo è ciò che accade ancora oggi a tanti emigranti e certo non rende giustizia a chi è morto per salvare la nostra terra e renderla un paese democratico. Perciò lo spettacolo è anche un omaggio profondo e sincero ai martiri jesini del 20 giugno e a tutti coloro che come loro hanno dato la vita per un ideale futuro migliore. Un grazie va anche a Luciano Taglianini.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 17 giugno 2006 - 1999 letture

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