Jesi isola felice?

30/11/-0001 -
La notizia dello stupro di gruppo avvenuto in città e rimbalzata sui media nazionali ha provocato indignazione, sconcerto, rabbia e vergogna, cui sono seguite voci e reazioni che chiedono maggior rigore, più sanzioni e meno chiacchiere.

da Centro Studi Libertari "Luigi Fabbri" - Jesi


Entrambe le cose: il fatto deprecabile, e la reazione istintiva, sono i cattivi segni di una città che non è poi quell´isola felice che si vuole credere.

Cominciamo dalle reazioni. C´è chi dice che alle vittime delle violenze non si pensa mai, che vengono abbandonate a sé stesse e che il nostro sistema è "garantista" solo con i criminali. Forse nei fatti così è, ma non dovrebbe essere, anche perché nel nostro paese già da tempo sono previsti programmi, interventi e servizi per il sostegno e l´assistenza alle vittime (non solo di stupri), ma purtroppo in non pochi casi rimangono pie intenzioni in quanto non ci sono soldi per poterli attuare; causa i continui tagli operati (a livello centrale, regionale e locale) all´assistenza sociale ed ai servizi.

Passiamo all´integrazione culturale degli immigrati. E´ vero, in città ci sono zone, quelle meno belle e più malsane, che sono in realtà dei veri e propri ghetti, dove l´affitto è comunque esorbitante, dove vivono famiglie ammucchiate di immigrati che fanno i peggiori lavori per i peggiori salari, ed i loro figli sono molto spesso i "ripetenti" della scuola dell´obbligo. I servizi a disposizione per queste persone sono pochissimi, la volontà di integrazione "loro" e "nostra" ancor meno.

Ci vorrebbe uno sforzo ulteriore da parte dei servizi e delle istituzioni (ma come già detto...soldi non ce ne sono!), e da parte delle relative comunità che, però, sono troppo impegnate a tirare avanti e a difendere i propri pochi privilegi rimasti, più che a rivendicare diritti sociali, con lo scarso ausilio di una classe politica un po´ troppo spesso "distratta" dalle sue clientele elettorali.

Ed infine la violenza, il fatto accaduto. Non c´è nulla che lo giustifichi o che ne diminuisca la gravità. Vero è che uno lo stupro non è sinonimo di "immigrati", perché nella maggior parte dei reati denunciati (che sono la punta di un iceberg) ci sono tanti "bravi" italiani maschi, apparentemente "gente normale" (qualcuno ricorda il fatto di Desirè?), che continuano a considerare la donna un essere inferiore, la femmina un oggetto di piacere, la collega una schiava personale. Visione deprecabile certo, ma quali stimoli e messaggi ci vengono dalla nostra società mediatica, dai nostri sistemi di educazione, dai modelli imperanti che ad ogni dove mostrano l´accoppiata vincente calciatore-velina?

Se quanto è accaduto nelle scorse settimane è anche un campanello dall´allarme della nostra falsa isola felice, deve servire per far scattare la solidarietà nei confronti della vittima, la responsabilità istituzionale, politica ed anche di ogni singolo cittadino di fronte ad un disagio giovanile diffuso e ai servizi negati, la lucidità di capire che recuperare e risocializzare chi ha sbagliato è la migliore garanzia per il non ripetersi di azioni criminose. I vecchi e, da qualcuno rimpianti, riformatori, servivano solo per "formare meglio" dei futuri criminali. La volontà e la coscienza di cambiare qualcosa che non va, deve essere alimentata per costruire azioni sociali utili ai singoli ed alla collettività, e non per scatenare prevedibili reazioni incontrollate che rischiano solo di rispondere al branco con un altro branco.
Fatto che a qualcuno può anche piacere, ma alla fine dei conti non risolve e peggiora solamente il decadimento dell´isola felice.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 17 agosto 2006 - 1281 letture

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