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Crisi Sadam: arrivano i primi tagli

2' di lettura 30/11/-0001 -
Parola d’ordine: salvare quanti più posti di lavoro possibile. La nave zuccherificio affonda ed ora per i sindacati l’imperativo e limitare i danni.

di Marco Catalani
marco@viverejesi.it


Dopo la fumata nera e romana di martedì che ha sancito la chiusura dello stabilimento jesino visto il mancato accordo tra azienda e agricoltori, entrambi avvantaggiati dalla prospettiva riconversione con contributi europei piuttosto che dal mantenere la produzione attuale.

Ieri mattina all’assemblea dei dipendenti, una prima stima del futuro occupazionale dell’azienda è già girato. Si parla – ma le cifre non sono ancora state ufficializzate – di 20 esuberi tra gli operai, con 4 prepensionamenti e 16 iscritti alle liste di mobilità. Gli altri operai? Il reparto cromatografia ne occuperà 15 fino a settembre, il confezionamento altri 50 con contratti determinati di 18 o 24 mesi. Tra gli impiegati 15 si occuperanno di un non meglio definito “progetto speciale”, altri 15 non hanno posizionamento. In ballo anche il lavoro di 250 tra stagionali e avventizi: per loro un futuro nella riconversione, ovvero nella produzione di biodiesel. Quando sarà, però.

Tante le accuse rivolte alla politica con l’assessore regionale Paolo Petrini e il ministro Paolo De Castro che secondo i lavoratori non hanno affatto inciso nella trattativa, limitandosi ad un ruolo di “semplici notai”. Il prossimo appuntamento è fissato al 30 gennaio quando a Roma si apriranno le due trattative ministeriali gestire la riconversione e il periodo di transizione. Nel frattempo i lavoratori manterranno il blocco delle merci in entrata e in uscita dallo stabilimento e organizzeranno altre forme di protesta per mantenere viva la vertenza. Anche se ormai il danno più grosso è stato fatto.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 24 gennaio 2008 - 1567 letture

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