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Santoni: per l'economia jesina serve senso di responsabilità

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Si assiste da tempo nei giornali locali e nei media in genere a dichiarazioni da parte dei principali attori della politica economica locale (assoc. datoriali, sindacati, etc..) che definire “spot” o, passatemi il termine, “parler pour parler” è forse riduttivo.

da Marta Santoni
consigliere comunale Ulivo
Con questa mia considerazione, provocatoria, non intendo certo mettere in discussione la buona fede o comunque le buone intenzioni degli autori, ma a mio avviso ridurre continuamente la questione dello sviluppo economico del nostro territorio ad un problema di “spazi artigianali e industriali”, di “aree per nuovi insediamenti”, di “mancanza di infrastrutture”, di “necessità di incentivi”, di “riduzione della competitività”, è troppo facile e semplicistico.

Certamente sono tutte questioni che devono essere affrontate e valorizzate, ma non più in questi termini, occorre inquadrarle in una visione di sviluppo e di crescita territoriale più ampia e sicuramente di più alta elevatura concettuale: non sono io che lo dico, ma sono i mutamenti industriali in atto che lo richiedono, anche nella nostra realtà, a cominciare dal concetto stesso di azienda, dal significato “di valore” che vogliamo attribuirle. Il valore di un’impresa: quali parametri, quali criteri vogliamo usare per la sua identificazione? Quelli dettati dal mercato finanziario, dalla cultura borsistica, dalla rincorsa del profitto ad ogni costo nell’interesse degli azionisti, da operazioni discutibili dal punto di vista morale (e sociale), ma sicuramente efficaci nell’assicurare determinati ritorni finanziari di breve termine e che comportano inevitabilmente una scelta di minor investimenti sulla sicurezza dell’ambiente di lavoro, sulla valorizzazione del territorio oltre alla chiusura di unità produttive comunque non in perdita, ma con un maggior costo del lavoro rispetto ad altre? Quali possono essere le conseguenze di una tale politica aziendale a livello sociale, ambientale ed economico? Questa è la domanda da porsi e su cui riflettere, è in questo contesto che vanno poi inserite le necessità contingenti (infrastrutture, aree produttive, incentivi, etc, etc) da elaborare in una prospettiva di lungo termine, non si può alzare la voce “una tantum” solo per chiedere soluzioni tampone o interventi ad efficacia intermittente, senza porsi e collocarsi in un percorso di previsione e quindi di prevenzione: in caso contrario non mi stupirei della comparsa in un futuro prossimo di un altro caso Sadam Eridania sul nostro territorio.

Come ci si può richiamare “ad un comune senso di responsabilità” per il bene della città, delle imprese e del territorio, come dichiarato da alcuni rappresentanti dell’artigianato e della piccola e media impresa alcuni giorni fa, se poi ci si chiude ognuno nella propria postazione di controllo per salvaguardare solo i propri interessi assurgendo a “salvatore della patria” e ad unico soggetto promotore di soluzioni corrette? Ma quali sono poi queste soluzioni, quali le proposte concrete? L’assessore Ugo Ascoli nel suo intervento al Consiglio Comunale straordinario dello scorso 13 gennaio ci ha avvertito: nel nostro territorio non esiste solo una crisi agricola o industriale, ma economica; per affrontarla gli interessi devono essere uniti e coesi, per non arrivare a battaglie inutili tra gli uni e gli altri. Questa è una priorità, questo è il comune senso di responsabilità, questa è la responsabilità sociale delle imprese, del mondo economico, questa è la grande sfida che ci aspetta per il prossimo decennio. Un’impresa socialmente responsabile, oltre al rispetto degli obblighi di legge, sa di dover rispondere per le conseguenze economiche, sociali e ambientali della sua attività, oltre che alle autorità pubbliche e private, anche all’opinione pubblica e a tutti coloro che nel suo territorio di riferimento ci vivono.

Si raggiungerebbe un grande traguardo se in un non lontano futuro la responsabilità sociale delle imprese, nel senso sopra esposto, diventi parte integrante dei regolamenti di governo delle medesime, attraverso anche un riforma legislativa che preveda e regoli tale finalità come elemento costitutivo delle realtà aziendali in genere, inserendone i principi negli stessi statuti societari. Che l’impresa (piccola, media, grande che sia) diventi una straordinaria risorsa di sviluppo di imprenditorialità, di spin-off, che produca valore aggiunto attraverso la produzione di beni e servizi reali, che assorba le risorse del territorio in cui opera e ne rigeneri altrettante in termini di innovazione tecnologica, professionale e produttiva. Una situazione di crisi aziendale monitorata e controllata preventivamente non potrà avere e non avrà il triste epilogo a cui tutti oggi assistiamo per il caso Sadam, ma come realtà in “ristrutturazione organizzativa” o in crisi potrà, perché no, originare processi di formazione di nuove imprese attraverso l’uscita programmata di risorse specializzate, tecniche o manageriali, rivitalizzando il mercato del lavoro locale a fronte di un uso spesso passivo e arido dei tradizionali ammortizzatori sociali. Anche gli esuberi potrebbero essere gestiti attraverso la valorizzazione delle professionalità espresse per costituire nuove e giovani realtà aziendali. Si tende spesso a considerare la creazione di nuove e giovani imprese come un fatto individuale, legato alla particolare creatività e/o personalità specifica di un’individuo, quando invece deve essere il risultato di un’azione sistemica, di responsabilità di tutto il territorio con tutti i suoi attori principali, attuando un processo di attivazione dell’ambiente verso la conoscenza (a volte “purtroppo” anche la scoperta) di realtà imprenditoriali nuove e giovani, non più invisibili ma inserite finalmente nei canali ufficiali della comunicazione e della promozione territoriale.

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Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 28 gennaio 2008 - 1976 letture