Referendum: giudizio infondato, un varco politico si è aperto

Luciano Chiappa 02/02/2009 - L’attuale potere politico municipale è sempre più chiuso, arroccato in una fragile irresponsabilità politica.

Da una prima lettura della motivazione possiamo certamente ricavare tre rilevanti conferme: 1) La motivazione, assunta a maggioranza, è palesemente infondata e il quesito da noi proposto esce giuridicamente rafforzato; 2) L’istituto del difensore civico subisce, purtroppo, un grave colpo di credibilità istituzionale cui occorrerà porre quanto prima rimedio; 3) L’attuale potere politico municipale è sempre più chiuso, arroccato in una fragile irresponsabilità politica, che lo costringe, comunque vanamente, ad impedire ai cittadini persino la semplice espressione di un parere non vincolante.




La motivazione dell’inammissibilità è giuridicamente e palesemente infondata, e se non fosse per il suo effetto amministrativo (e per le ore trascorse), l’unico ricorso utile sarebbe quello alla “prova del palloncino”. E’ una motivazione assunta a maggioranza, e già solo questo fatto dimostra che un’eclatante ragione giuridica di cassazione non esiste. Le arbitrarie argomentazioni addotte rafforzano giuridicamente, ma anche politicamente, il quesito da noi proposto. Sotto l’incalzare delle nostre argomentazioni e di fronte alla difficile attaccabilità del quesito si sono arrampicati, con sforzo comprensibile ma poco apprezzabile, sugli specchi del diritto, cambiando posizione in corsa più e più volte, pur di giungere ad un qualche rabberciato giudizio di inammissibilità altrove precostituito. Ci sono molti validi motivi perché si possa dire con serenità ai cittadini senigalliesi, a tutti coloro che in questi giorni ci hanno seguito e a quanti si vanno aggiungendo in queste ore, che l’ultima lettera è ancora tutta da scrivere.




E tuttavia valuteremo i modi con grande attenzione: le forze strutturate che dobbiamo fronteggiare sono molto più pervasive e tentacolari di quanto si possa immaginare; non saremo certo noi a ridurre la tragedia politica da altri voluta erigendo stupide barricate, in una farsa che aiuterebbe gli stessi ad uscirne indenni. Questa non è una questione tra privati, o tra privati e la pubblica amministrazione; questa è una questione squisitamente democratica, del rapporto tra governanti e governati; e si sa che quando è di questo che si tratta il giudice supremo è uno e uno soltanto: i cittadini sovrani. E’ innanzitutto a questo giudice che noi ci rivolgeremo, che noi coinvolgeremo capillarmente affinché possa liberamente esprimere la sua parola e la sua attiva partecipazione.




Rivolgiamo i nostri ringraziamenti pubblici all’avvocato Filippo Boccioletti, l’unico amministrativista presente nel Comitato, per la sua motivazione e per la serietà sintattica, priva di eclettiche forzature del mandato istituzionale, entro la quale egli ha formulato le sue argomentazioni; e per essersi complimentato con noi sulla validità giuridica del quesito da noi formulato. Non possiamo non soffermarci invece, in questa sede pubblica, sul punto fondamentale dichiarato dal presidente del Comitato il Difensore civico; il quale nella conclusione del suo intervento, nella formulazione della proposta di inammissibilità, conclude con queste testuali parole ”…richiamando nonché assumendo altresì ad ulteriore fondamento di tale proposta le argomentazioni esposte nell’opinione del componente avvocato Alessandro Lucchetti a cui si rinvia ai fini di motivazione del dispositivo presente deliberato” Invitiamo a rileggere attentamente questa, sconcertante, conclusione poiché essa rappresenta l’abdicazione della funzione istituzionale del difensore civico in ossequio al potere politico municipale; e spiego perché.




Il difensore civico non ha espresso una sua precisa motivazione, ancorché essa potesse coincidere in tutto o in parte con quella di altri componenti. Dunque innanzitutto è evidente il motivo opportunistico di tale scelta: evitare che vi fossero sbavature, o contraddizioni tra i pareri, cosa questa che avrebbe potuto complicare ulteriormente la formulazione di un giudizio di inammissibilità già carico di palesi grossolanità giuridiche. Ma ancor più grave, e forse irreparabile se non con la nomina di un nuovo difensore civico, è la questione istituzionale che ne discende. Infatti nel momento in cui il difensore civico rinuncia ad un suo pronunciamento motivato di inammissibilità, in quanto rinvia a quello espresso dall’avvocato nominato dalla maggioranza governativa, rimette di fatto nella volontà del sindaco il suo Istituto. Cioè il difensore civico congela, momentaneamente, la sua funzione istituzionale di assoluto garante dell’imparziale e corretto andamento della pubblica amministrazione. L’istituto del difensore civico, piegato alle esigenze del potere governativo, subisce duri colpi di credibilità istituzionale.




Persino la Roma imperiale del defensor civitatis, dava la possibilità, proprio ai cittadini più poveri, di reclamare per i soprusi dell’apparato, mentre nella Senigallia del duemilanove il difensore civico, forse scambiando il significato di ombudsman (colui che fa da tramite) con quello di messo (colui che consegna le carte) ?, è praticamente ridotto ad una sorta di “messo comunale aggiunto”. E’ evidente che si è trattato di un giudizio politico di inammissibilità. Ma questo è apparso a noi chiaro fin dall’inizio: l’imperativo dettato dall’attuale potere comunale era, infatti, quello di impedire il fatto politico del referendum; di non consentire ai cittadini senigalliesi di esercitare la democrazia nella sua espressione più alta e nobile: vale a dire il voto diretto nel segreto dell’urna. E’ una pagina opaca della storia del potere municipale e della vita delle nostre istituzioni democratiche, ma nel contempo è anche un passaggio fondamentale per un possibile risveglio della coscienza civica.




Qui viene al pettine, infatti, il nodo vero della questione politica senigalliese di oggi: cioè a dire quale è il ruolo e il potere effettivo dei cittadini nella determinazione delle scelte che riguardano il destino di Senigallia e di ciascuno di noi. Parliamoci chiaro, non nascondiamoci dietro un dito, o dietro ad una gabbia ideologica o di schieramento partitico: a Senigallia i cittadini non contano più letteralmente nulla. Possono partecipare di tanto in tanto a qualche festicciola dove il potere non si ritrae dal dispensare doni sottoforma di salsicce, ballo e fuochi d’artificio; possono partecipare al Consiglio delle donne salvo poi doversi porre prima o poi la terribile domanda: cui prodest?; possono assistere alle anacronistiche liturgie da culto della personalità, come quella andata in onda in questi giorni sul futuro suo personale dell’attuale sindaco; possono partecipare a qualche Consiglio grande dove si parla di tutto tranne, ovviamente, che dei problemi veri di Senigallia.




Possono, certamente essere eletti nelle liste di questo o quel partito, salvo poi essere obbligati in consiglio comunale o, peggio ancora, nei consigli di quartiere ad alzare solo e sempre la mano secondo quanto imposto, non dai partiti, già sarebbe qualcosa, (i partiti non esistono più ormai da decenni ), bensì dalle logiche delle solite congreghe lobbistiche, le quali cosi riescono a condizionare anche l’uso del territorio che non gli appartiene come fosse la loro carta da disegno, spesso rovinando persino i tratti distintivi della nostra città, come appunto il Lungomare. I cittadini insomma possono essere comparse di tante cose che qui sarebbe persino monotono elencare, ma una cosa ai cittadini senigalliesi proprio non gli è più consentita: decidere, magari per delega, ma decidere. Hanno fatto credere in tutti questi decenni, a dire il vero in tutto il mondo, che il problema della democrazia fosse riducibile al “cosa si decide”; ma la democrazia senza il “chi decide” non è una democrazia; è una forma incompiuta di essa che si incammina verso modelli di potere sempre più dispotici.




Quindi a Senigallia il problema vero, direttamente incidente sul tipo è la qualità delle scelte amministrative, anche di quelle che tutti i giorni ci condizionano concretamente, come per esempio l’inquinamento da polveri sottili, è se, alla di là della presa per i fondelli, a decidere delle sorti della città debbano essere i cittadini oppure no. Con l’iniziativa della Petizione prima e del Referendum poi, abbiamo aperto una nuova stagione della vita politica cittadina; abbiamo aperto un canale di speranza e di nuovo incontro tra cittadini, e di tutti i cittadini liberi ed eguali di Senigallia; fuori da quei recinti dello schema politico novecentesco il quale da strumento di espressione democratica si è ormai trasformato in gabbia di finte distinzioni ideologiche, in guisa truffaldina delle quali il potere di far valere interessi, bisogni, aspirazioni, che ciascuno di noi per diritto di natura possiede, è imbrigliato e annientato. Dunque per noi l’esito del passaggio al cosiddetto Comitato dei Garanti era scontato e il fragile verdetto non ci scompone di un millimetro: sappiamo già cosa fare e nei prossimi giorni lo renderemo pubblico, aperti fin da ora a raccogliere non solo i suggerimenti ma anche la partecipazione attiva dei cittadini a questa straordinaria impresa di democrazia e di libertà.




Ma soprattutto sappiamo che nessuno mai potrà impedire in eterno ai senigalliesi di poter prendere davvero la parola: ormai un varco e stato aperto, forse ci vorrà tempo, ma è concreta la possibilità che una volontà democratica diffusa e inarrestabile travolga questo tipo di potere municipale chiuso, insopportabile e mortale per qualunque cittadino, di qualunque colore esso sia stato. Voglio in ultimo dire ad alcuni commentatori, non solo di queste pagine e che ringrazio per la sincera sensibilità, anche critica, dimostrata in questi giorni verso i temi referendari, che non “è la regola che fa la realtà” ma “è la realtà che fa la regola”. Se fosse stato vero il primo assunto il quesito sarebbe certamente passato senza complicazioni, ma siccome nel mondo terreno è vero il secondo assunto, quando sulle questioni si arriva al dunque il problema non è mai o non è più del “bello scrivere”, ma dei rapporti di forza. Qualunque fosse stata la formula del quesito, siccome la maggioranza governativa voleva bocciarlo, il risultato sarebbe stato sempre due a uno. Sta adesso a tutti noi cittadini fare il nostro due a uno.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 02-02-2009 alle 01:01 sul giornale del 02 febbraio 2009 - 4005 letture

In questo articolo si parla di referendum, politica, lungomare, luciano chiappa


Chiappa, io ci provo a leggere i tuoi interventi ma arrivato a metà mi arrendo e lascio perdere....devi essere più breve e conciso se no chi ci arriva alla fine?

Parole d\'attacco comprensibili.<br />
Ma vorrei sapere perchè nemmeno una riga è stata scritta a proposito del discorso, fatto notare qui in questo sito e di cui ho trovato conferma scaricandomi lo Statuto Comunale, che all\'art. 65 comma 4 lettera K dice che \"...Non possono essere sottoposti a referendum i provvedimenti amministrativi riguardanti le seguenti materie:...il piano regolatore generale e relativi strumenti attuativi fatti già oggetto di partecipazione pubblica e di approvazione formale\".<br />
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Allora le cose son due: o queste righe affermano davvero quanto dicono, e quindi il referendum in se non poteva comunque essere considerato realizzabile se non per dare al Comune l\'espressione non vincolante di un volere della cittadinanza (parafrasando quanto affermato in alcune testate dall\'avv. Boccioletti, esperto in materia al contrario di me),e allora non aveva senso che venisse accolto, oppure non essendoci ancora alcuna scelta relativa allo specifico strumento urbanistico, non aveva proprio senso.<br />
Fermo restando che non ho letto il quesito referendario ma so solo che si proponeva un mantenimento del lungomare allo stato attuale (senza deviazioni), e mi trova abbastanza daccordo.

Ai tempi delle giunte di cui Chiappa era componente, importante, invece il potere politico municipale era aperto al confronto più acceso, e scendeva in piazza ad ogni piè sospinto.<br />
Ma per favore.