Cemim: commento ad un\'anormalità grave

Jesi 06/10/2009 - \"Il fatto non è se va visto da destra o da sinistra. Perché il problema è molto più grave e mette in luce una verità incontrovertibile: questo Paese non è normale. E non lo è da un bel po’ di anni\".

E’ possibile mai che per accertare che il CEMIM non dovesse fallire perché l’attivo superava – e di molto – il passivo, ci siano voluti diciassette anni? Durante i quali delle persone hanno sofferto, subito detenzioni, si sono ammalate, hanno visto azzerate le loro carriere professionali o politiche, hanno dovuto vergognarsi di esistere, senza avere colpe, di fronte ai giudizi sempre sommari, frettolosi e forcaioli della gente? Come è possibile che inquirenti, periti, giudici abbiano impiegato tanto tempo per accertare la verità?



La colpa è da attribuire all’incapacità, alle incrostazioni burocratiche di quella che ci ostiniamo a chiamare giustizia? Oppure alla malafede, ai pregiudizi, a giochi ed interessi politici sporchi? E si riuscirà mai a capire perché siano state prese cantonate così clamorose “in nome del popolo italiano”? Oppure dovremo aspettare altri quindici o diciassette anni di indagini, perizie, udienze, stesure di verbali, requisitorie, arringhe? Un paese in cui accadono certe cose (e tante altre ancora che, a pensarle tutte, viene la pelle d’oca) dal centro alla periferia, dal nord al sud, da destra e da sinistra, può essere definito normale? Oppure dà l’impressione che sia finito all’interno di un vortice che non lascia intravvedere vie d’uscita, una specie di tsunami senza ragione, anzi costituito di pura follia? Sono mille e mille le cose su cui dovremmo riflettere a fondo. Tra di esse mettiamoci anche il CEMIM, i nomi di Alfio Bassotti, Nazzareno Garbuglia, Carlo Alberto Del Mastro, Dario Garcia Tomellini.



Facciamo tutti l’esame di coscienza evitando la comoda via dell’autoassoluzione. Perché colpevoli di questo andazzo lo siamo un po’ tutti dal momento che lo subiamo passivamente, con assuefazione rassegnata, ma anche perché contribuiamo a crearlo con i nostri egoismi, i nostri silenzi, diciamolo pure, le nostre piccole o grandi connivenze, le nostre sbadataggini, i nostri buonismi a buon mercato. Infine proviamo a chiedere scusa, noi semplici cittadini che stiamo alla finestra, a tutte le vittime dell’anormalità finite nell’ingranaggio. Lo faranno, assieme a noi, quanti, anziché stare alla finestra, sono stati dentro la vicenda, con ruoli diversi ma tutti convergenti, perché forse non hanno vigilato come e quanto avrebbero dovuto, non hanno indagato con perizia, non hanno giudicato, con imparzialità e coscienza, sempre “in nome del popolo italiano”?






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 06-10-2009 alle 16:31 sul giornale del 07 ottobre 2009 - 2221 letture

In questo articolo si parla di attualità, jesi, armando ginesi


Non è vero che proprio tutti dobbiamo chiedere scusa. Io, che pure mi consideravo ed ero considerato \"di sinistra\", che non conoscevo all\'epoca nessuno dei protagonisti e avevo scritto lettere ufficiali durissime sulle vicende di tangenti della regione Marche, sono stato costretto (e uso questa parola nel senso letterale del termine!) a dimettermi da Dirigente del Servizio Trasporti della Regione il giorno (5 maggio 1997) in cui ho rifiutato di firmare la delibera che sanciva definitivamente il fallimento del CEMIM e ho revocato -caso restato unico tra i dirigenti regionali- la delega alla firma alla mia vice che invece l\'aveva firmata, contro le mie disposizioni scritte, senza dirmelo. Non solo sono stato costretto a dimettermi, ma poi per anni sono stato privato di ogni incarico (con relative pesantissime decurtazioni di stipendio e danni irreparabili per la mia famiglia) e anche trasferito lontano da Ancona. Nessuna Procura della Repubblica ha mai aperto un\'indagine su questi fatti e, anzi, Procura e Tribunale si sono opposti nel 2003 alla mia testimonianza su questi stessi fatti nell\'ambito del processo penale a carico di Bassotti e Garbuglia (conosciuti nel frattempo) e sono stato pesantemente minacciato, sempre nel 2003, da dirigenti regionali e assessori ancora oggi in carica per essermi reso disponibile a rendere quella testimonianza. Nessuno parla di quanto tutto questo è costato e costerà, oltre a me e tanti altri, ai cittadini marchigiani: l\'Interporto di Jesi, idea lungimirante quando fu concepita, viene realizzato adesso, con decenni di ritardo e costi moltiplicati, quando la mutata situazione lo rende in parte e forse completamente superato ed è da prevedere una sua gestione in deficit, a carico delle casse regionali.