'15 anni d'Africa': al Rotary Club di Jesi si parla di solidarietà

15 anni d'Africa al Rotary di Jesi 28/03/2010 - Una missione lunga quindici anni e non ancora finita. E’ quella portata avanti dal presidente del Rotary Club di Jesi Paolo Morosetti e da un pool di cari amici, che hanno come obiettivo portare aiuto concreto in Kenya, canalizzando l’acqua e costruendo ponti. Sulla scia dell’opera iniziata molti anni fa dal missionario laico pugliese Giuseppe Argese.

Di questo lungo impegno e dei risultati ottenuti, oltre che delle prossime sfide, si è parlato nei giorni scorsi in una conviviale del Rotary Club di Jesi. Al ristorante del Federico II, per restare in tema, si è gustato un particolarissimo menù africano. “La nostra è una società non ufficializzata - spiega Paolo Morosetti - ma formata da un gruppo di amici come Ennio Figini, Walter Darini, Mery Mengoni e don Bartolomeo Perrone che insieme a me, hanno deciso di portare avanti quell’opera già iniziata dal missionario laico fratello Giuseppe Argese nel cuore del Kenya. Riuscì ad addomesticare l’acqua e costruire un sistema idrico per abbeverare una zona povera e desertica del Kenya, il Meru, abitata da 250.000 persone”.

In questi 15 anni d’Africa, l’ingegnere coloniale (come Morosetti è definito dalla popolazione) è riuscito a progettare e far realizzare due dighe (una nel 1998 e una nel 2002), un ponte e un bacino di riserva idrica. "Ma dobbiamo costruire una terza diga (Progetto Dam3) - aggiunge - per cui ci serviranno almeno altri 15-20 anni. Tempi biblici assurdamente lunghi penserete, ma in Kenya non ci sono le gru, i mezzi meccanici, le ruspe. Si lavora ancora con pala e carriola, oltre che con un sistema di sollevamento pesi a corde e gradoni in legno. I cantieri sono rudimentali e anche le basilari norme di sicurezza non vengono osservate”.

Lavori portati avanti grazie ai finanziamenti del Comune di Ancona e della Provincia (“ma nessuno ha sottratto cifre significative dalle risorse dei due Enti”, precisa il presidente Morosetti) e impiegando manodopera rigorosamente del posto, così da rendere la popolazione indipendente dai cosiddetti benefattori e responsabile della gestione dei 700 chilometri di acquedotto costruito”. Un progetto che va avanti con sempre nuovi progetti.








Questo è un articolo pubblicato il 28-03-2010 alle 23:58 sul giornale del 29 marzo 2010 - 5475 letture

In questo articolo si parla di cronaca, Talita Frezzi





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