Sadam: il nostro progetto è l'unico possibile per il ricollocamento ed il recupero delle aree

Eridania Sadam 26/07/2011 -

Martedì mattina il Gruppo Maccaferri ha convocato un incontro con la stampa “per dare un contributo di chiarezza e completezza all’informazione sul piano di riconversione dello stabilimento Sadam di Jesi; informazione che negli ultimi tempi si attorciglia su aspetti specifici non fondamentali trascurandone altri di cui l’opinione pubblica deve essere informata e deve tener conto” spiega Giuliano Montagnini, Amministratore Delegato di “SECI Real Estate S.p.A.” la società del gruppo specializzata nella riqualificazione urbanistica di grandi insediamenti industriali dismessi.



“Il progetto si muove con due motori: uno industriale ed uno commerciale e non è vero che il secondo sia prioritario sul primo”, a parlare è Massimo Pinardi, Responsabile Rapporti Istituzionali della stessa SECI R.E.

“Occorre però tener conto del punto di partenza: stiamo parlando del progetto di riconversione di un’area industriale dismessa e che il progetto ha come obiettivo prioritario, previsto dalla legge, la ricollocazione del personale, ma come obiettivo non secondario far funzionare l’intervento perché altrimenti nessun investimento ha senso. L’alternativa al progetto attuale è di non fare nulla, che significa nessuna ricollocazione del personale e lasciare un’area fantasma alle porte della città. Sebbene è vero che l’intervento preveda un forte investimento immobiliare occorre dire che per la gran parte questo consiste nell’urbanizzazione che riguarda sia l’aspetto commerciale che quello industriale”.

In sostanza si lamenta il fatto che sulla stampa si sia parlato tanto dell’aspetto commerciale del progetto trascurando invece l’investimento industriale, che è rivolto sia a nuova attività nel settore della componentistica che nel corso di due anni ricollocherà 25 lavoratori, sia, soprattutto, il ben poco preso in considerazione Jesi Cube, un progetto di incubatore per le aziende innovative che si avvarrà di un parco tecnologico, per l’avvio nell’area di Spin Off universitari propedeutici alla nascita di nuove realtà universitarie.

“La sopravvivenza delle imprese che nascono in un incubatore in analoghe esperienze si mantiene sull’80% e si rivela essere un ottimo volàno per lo sviluppo economico del territorio e quindi anche per l’occupazione. Ovviamente uscite dall’incubatore le aziende saranno libere di stabilirsi ovunque perché non si può imbrigliare l’iniziativa privata anche se il nostro obiettivo è di mantenerle legate alla Vallesina.

D’altra parte non si può sparare numeri sul livello occupazionale che produrrà l’incubatore nel medio-lungo termine: il confronto con le altre realtà ci permetterebbe di annunciare numeri che ci farebbero fare bella figura, ma per serietà è meglio rimane abbottonati su questo. Una cosa però è sicura: se non si investe l’occupazione è a zero”.

Sui numeri interviene Marco Marcatili, ricercatore di Nomisma: “Nomisma è una società di studi economici indipendente, che ha fatto una radiografia della realtà del territorio presentandone i risultati al Gruppo Maccaferri, che poi li ha valutati ed ha deciso come agire sulla base delle proprie valutazioni di tipo industriale. Però mi sento di dire che nel contesto di una regione che, unica in Italia, non ha saputo reinterpretare in termini occupazionali la ripresa che a livello internazionale c’è stata nel primo trimestre 2011, ora, in vista del forte rallentamento economico che a livello mondiale si è presentato invece nel secondo trimestre 2011, occorre comprendere che questo progetto di riconversione è il compromesso fra le scelte legittime del Gruppo Maccaferri e le necessità del territorio, con obiettivi di brevissimo termine legati alle esigenze occupazionali e di medio e più lungo termine per essere sostenibile. Dalla nostra analisi del territorio è emerso che mancano brand di grandi marchi della Gdo, il cui impatto va oltre l’ambito ristretto e dalla progettualità e innovazione del quale devono nascere sinergie che valorizzino anche il commercio locale”.

Proprio sul fatto che il “retail park” previsto nel progetto in realtà non entra in conflitto con il piccolo commercio del centro storico punta l’attenzione ancora Massimo Pinardi: “è necessario non far confusione quando si parla di categorie del commercio. Nel progetto è previsto quello che viene definito un retail park, non un centro commerciale classico, con galleria climatizzata e piccoli negozi, che entrerebbe sì in competizione con il commercio cittadino.

Nel retail park sarà soddisfatta una domanda di merci e prodotti che attualmente non ha un’offerta sul territorio e che per essere soddisfatta porta le persone ad allontanarsi. Un utente per soddisfare la sua domanda di questi prodotti è disposto a percorrere fino a 150 km. Basti pensare all’esempio di Serravalle Scrivia, posto fra Genova e Milano, che non vive sicuramente del bacino locale limitato a poche decine di migliaia di abitanti.

Oggi l’utente locale per soddisfare le sue esigenze si sposta da Jesi alla Baraccola di Ancona o a Senigallia. Quelle sono le aree che più dovrebbero eventualmente preoccuparsi della concorrenza indotta dal nuovo retail park perché il progetto ha proprio l’obiettivo di riequilibrare la situazione in confronto con la zona commerciale di Ancona sud, drenando flussi di acquisti da quell’area che dista solo 5 km.

Per questo il piccolo commercio locale, che è basato soprattutto sull’abbigliamento che invece sarà limitato nella presenza nel nuovo centro ad una tipologia di offerta non presente attualmente, deve capire che il progetto presenta invece la possibilità di sinergie che siamo disposti anche a studiare insieme se la controparte fosse attiva e non solo critica e pronta ad alzare barricate in maniera miope”.

Uno dei punti discussi è sui tempi e certezze della bonifica.
“Le leggi sono chiare, fin nei dettagli. La bonifica verrà quindi realizzata a norma di legge, secondo quanto previsto e ordinato nei diversi contesti di utilizzo delle aree, non vedo quindi che tipo di preoccupazioni debba generare l’aspetto ambientale”.

La qualità di lavoro nel settore commerciale è considerata inferiore perché i contratti di assunzione nel settore sono in genere più precari e con meno garanzie. Cosa ci può dire al riguardo?

“Verranno sicuramente instaurate trattative sindacali fra le parti, ma parliamo di grandi aziende che hanno centinaia di dipendenti e sono in genere sindacalizzate, non di piccolo commercio. Occorre poi tener conto degli scenari realistici del quadro economico attuale. Non è più vero che l’industria garantisce lavoro stabile e sicuro, basti pensare al fatto che sono stati disdettati contratti nazionali nel settore e che purtroppo molte industrie stanno chiudendo e spesso l’unica alternativa è nessun lavoro. L’unica garanzia per il lavoro è il successo sul mercato dell’azienda, sia industriale che commerciale. In un contesto italiano in cui le aziende industriali chiudono o decentrano ci aspettiamo che venga apprezzata la volontà di un gruppo di continuare a realizzare attività manifatturiera in Italia. Per questo venerdì ci aspettiamo al Consiglio Comunale una scelta di responsabilità sull'accordo di riconversione (qui la premessa all'accordo, ndr)”.



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Il progetto...

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Appunti sullo studio di Nomism...

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Scheda del Gruppo Maccaferri...

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Premessa all'accordo di riconv...

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L'accordo di riconversione def...






Questo è un articolo pubblicato il 26-07-2011 alle 19:29 sul giornale del 27 luglio 2011 - 1501 letture

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