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Ballottaggio: Punzo (Patto per Jesi), la destra la sinistra e le altre … etichette

Alfredo Punzo 13' di lettura 16/05/2012 - Nella comunicazione, in tutte le sue forme – la parola (scritta o parlata), il corpo o le arti figurative – la chiave di accesso all’interlocutore non è tanto il contenuto esplicito quanto, invece, il linguaggio. Perché mentre il contenuto “viaggia” con lentezza e richiede tempo per “arrivare” - il tempo necessario per un’elaborazione cosciente da parte del soggetto-target - il linguaggio, invece, transita per i nostri sensi e genera reazioni prevedibili quanto immediate.

Nella comunicazione “parlata”, classico esempio la conversazione a due, il 70/80% di ciò che “passerà” tra i due interlocutori non è costituita dalle parole che si dicono, ma da quello che “fanno” con il corpo mentre parlano e che l’altro è in grado di vedere: più di mille parole, saranno la postura, l’attività motoria (osservati quelli del Sud …), lo sguardo nonché le cento contrazioni con le quali i muscoli facciali accompagneranno ogni singolo fonema che esce dalle bocche di ciascuno a “comunicare” all’altro il vero messaggio che si ha in testa. Le parole, infatti, le devi “capire” e ci vuole del tempo; invece i segnali visivi, olfattivi o uditivi “arrivano” immediatamente al cervello e millenni di evoluzione ci hanno insegnato a tenerli talmente in conto che la risposta è quasi sempre automatica, incosciente. Mentre le parole un po’ tutti le governiamo, di solito non governiamo affatto il linguaggio del corpo, come tutti i linguaggi “impliciti” che usiamo inconsciamente di continuo, così importanti nella comunicazione. Tuttavia, se ne conosci i meccanismi e ti dai un po’ di disciplina, in altre parole se conosci bene lo specifico linguaggio “implicito” usato in una data modalità comunicativa, allora sarà possibile “pilotare” le reazioni dell’interlocutore ovunque si voglia. Bisogna solo essere sufficientemente “bravi”!

La stessa cosa vale anche nella parola “scritta” o nel discorso “formale”, come ad esempio avviene se scrivi un articolo (anche questo che state leggendo) o se fai un comizio. Se il tuo scopo è “affabulare” l’auditorio o il lettore, è poco utile che ti concentri sul contenuto di quello che dici o scrivi, perché il contenuto vale si e no un 20/30% dell’intero messaggio. Ciò che conta è la capacità evocativa di ciò che dici o scrivi. Gli aggettivi, gli avverbi, la punteggiatura, le pause, il tono e la scala musicale della voce sono tutte chiavi di accesso alle emozioni nell’interlocutore, insomma, il passpartout per le famose “corde” giuste da toccare con cura e delicatezza. Lo sanno bene, ad esempio, i leader che devono guidare gruppi operativi in operazioni rischiose (i militari nelle azioni di guerra, il personale preposto ad affrontare le emergenze e simili) ed i politici (quelli “bravi”, ovviamente) in generale: il ricorso alle “sfavillanti banalità” o l’enunciazione dell’”immancabile vittoria finale” nel corso di un articolo o di un discorso, l’utilizzo martellante e ripetitivo di quelle 10/15 parole chiave capaci di evocare situazioni e sensazioni positive costituiscono, se ben recitate o scritte, altrettante chiavi di accesso alla gratificazione personale del soggetto-target che valgono il controllo delle sue reazioni, che è poi lo scopo ultimo dell’”affabulazione”!

Nel seguito una piccola raccolta di “perle” comunicative prese qua e là dagli articoli pubblicati da vari soggetti su Vivere Jesi nel corso di questa campagna elettorale (ho solo introdotto qualche “…” sospensivo per non urtare la sensibilità di nessuno) che meglio di tanti discorsi possono spiegare quello che voglio dire.

[In un momento politico così complesso, di fronte all’avanzata del movimento di …, che intercetta il malcontento generale dandogli un evidente contenuto di rappresentanza, e di fronte al vero partito presente a Jesi, quello dell’astensionismo che evidenzia la crisi di partecipazione della politica, … ribadisce la propria volontà di proseguire il cammino per realizzare compiutamente il contenuto dell’Art. 49 della nostra Carta Costituzionale, laddove si afferma che i partiti hanno il compito di raccogliere consensi, bisogni e istanze sociali trasformandole in proposte politiche “concorrendo con metodo democratico alla politica nazionale”.] Ma cosa significa veramente? Certo “la Carta Costituzionale e l’art.49” devono essere delle gran belle cose e la “complessità” del momento politico sembra un bel po’ intrigante, non ti dico la capacità evocativa di questo “cammino” che è iniziato tanto tempo fa e che si intende senz’altro proseguire, anche se si capisce poco da dove si è partiti e dove si vuole arrivare; ma che la crescita di un partito politico (o il suo ridimensionamento) abbiano un “evidente contenuto di rappresentanza” non dovrebbe essere una cosa normale? E qual è il nesso con l’astensionismo ? In quanto poi alla funzione dei partiti … anche lì non si spiega per niente a cosa si allude quando si suggerisce una qualche dissonanza tra quel che sono e quel che la Carta Costituzionale (niente paura … è la Costituzione!) prevede che siano. Insomma un classico esempio di assemblaggio a caso di “banalità”, nemmeno troppo “sfavillanti” a fronte delle quali, però, l’estensore dell’articolo si guarda bene dal dire qualcosa. Nulla sul perché c’è stato tutto quest’astensionismo. Nulla sulle responsabilità. Nemmeno un accenno di analisi di merito sull’avanzata dei movimenti. Insomma, un articolo in cui manca il “significato” anche se i “significanti” (sarebbero i segni, le parole) si sprecano!

Nel prossimo esempio, un tentativo di “inclusione motivante” mediante la semplice enunciazione di quasi-fatti, assolutamente privi di qualsiasi commento ed interconnessione: l’utilizzo di alcune parole chiave molto dirette in termini evocativi (protesta, cambiamento, movimenti, sfiducia, crisi economica, sfida, rinnovamento, interpretare) dovrebbero generare empatia e, perciò, condivisione, saltando completamente qualsiasi ragionamento logico. Di solito funziona abbastanza bene:
[C'e' poi un altro dato, ovvero la forte avanzata del … che raccoglie, da un lato, quella protesta che in questi giorni, in tutti in Paesi europei in cui si è votato si è manifestata (in forme diverse) verso partiti o movimenti radicali nella critica verso il sistema, dall’altro raccoglie, a mio avviso, in parte un sentimento di sfiducia verso la politica, ma è anche una richiesta vera di cambiamento. Quel voto ci consegna la sfida del cambiamento, posta da una società che mai ha conosciuto una crisi economica così dura. Ecco, noi dovremo sapere interpretare questa richiesta. Dalla capacità di farlo e di fornire risposte convincenti passa la nostra sfida, quello di rendere il … più attraente e capace di rinnovarsi rapidamente. Certamente, ora, anche per … inizia una fase che, dopo l’entusiasmo per il risultato, li costringerà non solo a criticare chiunque, ma anche indicare una proposta di governo compiuta.] Ma dico io: chi lo dice che sia solo protesta? E protesta verso chi? Ma sicuro che la parte che scrive non c’entri proprio niente? Si o no? E perché si o no? Ed il tema della sfiducia verso la politica? Vogliamo almeno tentare un’analisi? E perché la parte politica che scrive dovrebbe essere la parte designata per compiere la radiosa missione di interpretare, progettare e gestire un cambiamento che nei lunghi anni in cui si poteva fare, NEI FATTI, non ha minimamente neanche tentato di realizzare? E poi, l’immagine di questo “voto” che consegna la “sfida” in uno scenario apocalittico di “crisi economica mai così dura”: è la sfida che unisce e che esalta, la sfida che può essere solo VINTA (l’evocazione dell’immancabile vittoria finale … ricordate?). E poi, “gli altri”, questi poveracci che si son visti cadere in testa, da un momento all’altro, tutti quei voti: ma che ci faranno mai questi idioti capaci solo di criticare e non di governare come invece sappiamo fare noi (… ah, non s’è visto? Peccato … forse eravate distratti, ma tanto fa lo stesso perché, è ovvio, non ha nessuna importanza!). E non finisce qui, perché continua e conclude con … [Ora ci prepariamo ai ballottaggi, senza dare niente per scontato. Per questo ci impegneremo con umiltà, ma anche con serenità, convinti delle nostre idee per il territorio e la comunità] … in cui arrivano, immancabili come la Morte, l’UMILTÀ, la SERENITÀ, i TERRITORI e la COMUNITÀ: ma che belle cose! Le voglio anch’io!

La prossima è bellissima, difficile mettere insieme 50 parole così, senza dire praticamente nulla - a parte qualche chiara ed innocente falsità come il risultato elettorale definito “buono” (ma non è questo il punto) - ma lasciando, in compenso, nel lettore l’impressione di aver vinto una specie di lotteria:
[Il risultato del … è buono in considerazione della dispersione di voti ed il clima di antipolitica che viviamo in questo momento, antipolitica che deve essere letta su un diffusa protesta dei cittadini sulla gestione del bene pubblico, una tendenza questa che si è esprime in tutto il paese.] Ovviamente, nulla di nulla sul perché di questa “antipolitica” (che nemmeno si spiega cosa sia e chi riguardi) e perché se una cosa riguarda “tutto il Paese” allora, forse, non è poi tanto grave.

Gli ultimi esempi li lascio a voi, facendo pochissimi commenti(ormai dovreste aver capito il meccanismo …):
[Sarà compito del …, vista la sicura capacità programmatica che possiede, di dare risposte ai cittadini e di proporre modelli di gestione amministrativa all’altezza delle aspettative della collettività di Jesi.] (… bellissima la “sicura capacità programmatica”: ma che roba è?)

[Le nostre Amministrazioni hanno alla base l'idea della cooperazione istituzionale, della sussidiarietà tra enti e di equi processi di realizzazione di servizi, della necessità di politiche di associazione di servizi e di interessi amministrativi diffusi: il tutto, alla luce dei tagli agli enti locali ed alla trasformazione delle province in enti di secondo livello con le funzioni ancora da ridefinire, assume un particolare rilievo.] È la citazione più ricca di spunti: non ci si capisce praticamente niente ma ti resta per forza “qualcosa” appiccicato addosso, il cosa dipende dalle caratteristiche del lettore. A me per esempio è rimasto quel “diffusi” che è più insidioso di una “serpe” e quel “particolare rilievo” la cui perversa bellezza sta proprio nella collocazione alla fine del periodo che è talmente “affabulante” da rendere assolutamente ininfluente, fino a fartelo scordare, persino il soggetto cui si riferisce!

L’ultima, almeno per me, è perfetta anche nella musicalità che ha qualcosa di lirico, anche se paragonabile solo a certe vignette della settimana enigmistica (ricordate “Senza parole” o “Il tenero Giacomo”?):
[Con … … sindaco di Jesi troveremo un referente che grazie alla sua esperienza ci garantirà certezze, rispetto ad un percorso di unitarietà di intenti amministrativi condiviso “anche” dalle forze politiche che lo sostengono e con una amministrazione unita, rinnovata, ringiovanita di centrosinistra che guarderà ai problemi della città e del territorio con occhi attenti ai principi di coesione sociale ed eguaglianza, cari a tutti i cittadini che stanno pagando, anche tramite gli enti, i costi di un decennio di politiche dissennate del governo nazionale.] Converrete con me che la cosa più notevole di questa “perla” è l’”anche” che ho virgolettato per sottoporlo alla vostra attenzione non tanto per il significato reale (già di per sé assurdo: ci mancherebbe pure che le forze politiche che lo sostengono non condividessero) ma per la valenza squisitamente metrica che assume nel contesto in cui è stata piazzata, probabilmente solo istintivamente (se chi l’ha scritto ce l’ha piazzato scientemente … allora vale la pena conoscerlo di persona ed iniziare un’amicizia perché deve essere un genio della comunicazione!); non vi sarà sfuggito, infatti, il suo effetto più incisivo che consiste nella pausa, soprattutto respiratoria, che concede al lettore che così, proprio grazie a questa pausa divagante, non solo riesce ad arrivare agevolmente fino in fondo, completamente distratto dal contenuto della prima parte di quello che ha appena letto, ma si ritrova completamente “avvolto” in una spirale di sensazioni positive che riguarda soprattutto il nome del candidato all’inizio del periodo, che è tutto quel che gli “deve” restare: insomma come fai a non votarlo!

Vorrete scusarmi, ci siamo un po’ divertiti. Ma lo vedete, cari concittadini, che quello che non va nella nostra vita politica sono proprio le persone, nella loro assoluta mancanza di scrupoli nell’attaccarsi a qualsiasi strumento pur di arrivare al consenso che – lo ha dimostrato anche questa tornata elettorale – è solo un fine e non lo strumento per realizzare nella comunità il progetto di Futuro di cui invece NON SI PARLA MAI!

Dare a qualcuno del COMUNISTA o del FASCISTA o, equivalentemente, affermare che quel qualcuno sia di DESTRA o di SINISTRA, categorie politiche – tra l’altro – che a parer di chi scrive sono da tempo morte e sepolte come i partiti che le usano ancora, è diventato come dargli del CORNUTO! Una cosa volgare e gratuita quanto si vuole, ma efficace, dovesse portare anche un solo voto in più! Complimenti, bella roba!

Si tratta del vecchio e consunto vezzo di attaccare etichette che, anche se da un punto di vista oggettivo non significano nulla e non interessano nessuno (sopratutto chi le attacca), hanno comunque un effetto affabulante sui più deboli, i più sprovveduti, i più superficiali … perché anche quelli “votano”! Ed ogni voto “conta”!

È innanzitutto contro questa cultura, questa politica, questo modo di “tirare a campare” per sopravvivere a se stessi che ci siamo battuti lungo tutto il percorso di questa campagna elettorale. Come facciamo nel nostro piccolo da sempre, nei luoghi dove lavoriamo, dove ci svaghiamo, dove cresciamo i nostri figli … insomma nei luoghi in cui viviamo.

È il primo passo per il cambiamento. E comincia dentro le nostre teste. Il primo turno di questa tornata elettorale ci ha consegnato un’occasione più unica che rara per iniziare qualcosa di nuovo e di diverso da quel che abbiamo avuto negli ultimi 30 anni. Chi sin qui è “restato a casa” (siete più di 11.000 cittadini, il 36% dell’elettorato) perché si è sentito “impotente”, stavolta non ha scuse: mai come adesso il voto di ciascuno può “determinare”. Altro che “impotenza”! È soprattutto a voi ed al vostro senso di responsabilità che mi rivolgo perché ci ripensiate ed andiate a votare il 20 ed il 21 prossimi, accordando a Massimo Bacci la vostra preferenza perché sia il nuovo sindaco di Jesi!






Questo è un editoriale pubblicato il 16-05-2012 alle 23:08 sul giornale del 17 maggio 2012 - 793 letture

In questo articolo si parla di attualità, editoriale, Alfredo Punzo

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