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Rocconi: il Vangelo di domenica 3 marzo

mons. gerardo rocconi 4' di lettura 02/03/2013 - Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».


Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

LA PRESENZA DEL MALE

Il vangelo di oggi ci racconta di due episodi tragici. Uno dovuto alla malvagità umana, la malvagità di Pilato che aveva fatto uccidere alcuni zeloti, addirittura dentro il tempio. L’altro episodio riguardava il crollo di una costruzione che aveva sepolto 18 uomini. E ci si rivolge a Gesù: Quella gente morta così, quale peccato particolare aveva commesso? E Gesù conclude che la morte di quegli uomini era dovuta alla libertà malvagia dell’uomo e ad eventi che hanno il loro corso. Non c’è un peccato particolare. Non si deve vedere ogni sofferenza come una punizione di Dio.

UN INVITO ALLA CONVERSIONE

Ma Gesù coglie l’occasione per parlare della necessità di convertirsi. La lontananza da Dio è comunque fonte di tristezza e di morte, per cui Gesù chiede ai suoi ascoltatori di ritornare al Signore con tutto il cuore, concludendo così: Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Il camminare lontano dal Signore porta comunque alla tragedia più grave: porta alla perdizione eterna che noi chiamiamo inferno. E’ questo il danno più grave, quello di perderci: la vera rovina, la più terribile tragedia è l’essere per sempre lontani da Dio.

Per questo oggi il Signore lancia un pressante invito alla conversione: E ritornare a lui cosa vuol dire? Innanzitutto abbandonare il peccato, ogni cosa che sia contro Dio o che Dio non approvi. Ma vuol anche dire portare buoni frutti. Proviamo ad elencare alcuni di questi frutti che il Signore attende: la fedeltà all’ascolto della Parola; la fedeltà alla preghiera e alla Vita liturgica e sacramentale; la fedeltà nei propri doveri; la fedeltà nel vivere la carità e la solidarietà; la fedeltà nell’accoglienza, nel perdono, nel servizio.

LA PARABOLA DEL FICO CHE NON DA’ FRUTTI

E a questo punto il Signore racconta la parabola che abbiamo ascoltato nella seconda parte del vangelo: “Sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque!”. Questa parabola richiama la storia di Israele e dell’intera umanità. L’uomo si allontana e Dio lo cerca e chiede continuamente al suo popolo di convertirsi e ritornare. Dio diede la legge, mandò i profeti e infine il Figlio affinchè Israele producesse i frutti. Ma i frutti non furono trovati. E allora il padrone non ha altra scelta che abbattere quell’albero. Ma è interessante il dialogo fra il padrone che chiede di abbattere il fico e il contadino che chiede di avere pazienza: Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.

Uscendo dal racconto della parabola, questo dialogo è fra il Padre, Dio, e il Figlio Gesù. I tre anni della predicazione di Gesù sono stati inutili e il Padre non ha praticamente trovato frutti di conversione.

Ma quei tre anni rappresentano anche l’oggi, in cui il Padre cerca frutto, appunto oggi, negli uomini e nella Chiesa di oggi. Ed ecco allora il giudizio secondo giustizia: Taglialo. E in questo dialogo il Figlio alla parola di giustizia risponde con una parola di misericordia: Padre, Lascialo ancora, perdonalo. Lascialo per un anno.

UN ANNO DI MISERICORDIA E DI GRAZIA

Cos’è quest’ anno di cui si parla? E’ l’anno di grazia inaugurato da Gesù a Nazaret .Questo anno rapprenta la durata della nostra storia, appunto il tempo della pazienza di Dio e della misericordia. Per cui Gesù dice: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire”. E’ il desiderio del Figlio ma anche del Padre. Nella realtà Gesù manifesta la misericordia del Padre e non c’è contraddizione fra Padre e Figlio.

E allora proviamo a vedere questa Quaresima come tempo di grazia, tempo della pazienza di Dio, tempo propizio per ritornare a lui.






Questo è un editoriale pubblicato il 02-03-2013 alle 15:08 sul giornale del 04 marzo 2013 - 1608 letture

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