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Sindacati Banca Marche: contro lo 'spezzatino', pronti a costruire un piano alternativo

Maurizio Santini Averino Di Marcantonio Alfonso Corraducci 7' di lettura 11/09/2013 - Tre le sigle sindacali di Banca Marche che chiedono all’unisono “a chi interessa banca marche?”, una domanda inevitabile, a questo punto. Il commissariamento, la mancanza di una assunzione di responsabilità da parte di tutti, forze politiche, consiglio regionale, istituzioni e in primis i vertici bancari.

Le considerazioni partono dal successo dello sciopero del 30 agosto, sentito oltre che partecipato dai 2000 dipendenti, che hanno aderito agli incontri organizzati, molti anche rientrando dalle ferie. Sono loro quelli ai quali occorre dare delle risposte e tutto l’appoggio e sostegno.

Come farlo? “Innanzi tutto abbiamo fatto uscire i problemi da Fontedamo, per portarli sui tavoli di confronto, per raccontare una versione un po’ diversa, quella di chi sta vivendo la situazione di Banca Marche sulla propria pelle”. Queste le parole del segretario Fiba-Cisl Maurizio Santini. “Ringraziamo il comune di Jesi e il Sindaco Bacci per averci offerto questa sede (n.d.r. la sala consiliare comunale). I tavoli di confronto sono proprio questi, con le istituzioni, con i cittadini, per far loro la domanda più importante: a chi interessa banca marche? Vero, ci sono interessamenti ad acquisire la banca, ma noi siamo fortemente contrari a questa soluzione. Siamo qui a proporre una angolazione diversa da cui osservare il problema, che interessa il territorio, le tante aziende, i clienti. Dobbiamo prendere atto che il problema di banca marche è sistemico e di respiro nazionale. Se è vero che Banca Marche è l’asse fondamentale, portante dell’economia regionale, con 3200 dipendenti, allora i soggetti politici, le parti sociali e le istituzioni devono sedersi allo stesso tavolo per trovare una soluzione.”

La cura, sempre secondo Santini, non risiede solo nell’aumento di capitale, che presuppone una mancanza di liquidità, che andrebbe inevitabilmente ad essere ricercata altrove. Potrebbero, invece, essere adottati dei provvedimenti alternativi, come i “Letta-bond”; non sarebbe la prima volta in Italia ed eviterebbe a Banca Marche di essere smantellata, data in pasto ad altri gruppi e ridotta come “spezzatino”. “Ecco perché affideremo a tavoli di confronto nazionale la nostra proposta alternativa, non importa con che strumenti, ma ci arriveremo, e faremo questa domanda a Spacca: a chi interessa banca marche?”, questo l’appello lanciato da Santini a conclusione del suo intervento nella conferenza stampa di martedì.

Ribadisce la possibilità di intraprendere un percorso alternativo anche Averino Di Marcantonio (FISAC CGIL): “Banca Marche lavora con piccole imprese, famiglie, l’economia marchigiana si fonda su di essa. Noi porteremo la nostra proposta al consiglio regionale, per evitare quel piano di smantellamento che sta alla base dello sciopero: cerchiamo di ricostruire una banca fondata e cresciuta sul territorio, grazie ai marchigiani, con il buon lavoro dei dipendenti. Oggi lanciamo la nostra idea, quella del lavoro che genera lavoro, e continueremo a proporla in ogni modo, con azioni di lotta, vertenze, manifestazioni, presidi, altri scioperi. Non dobbiamo dimenticare che secondo il piano industriale attuale, la banca verrebbe smantellata pezzo per pezzo, rischiamo di perdere le filiali migliori, quelle che portano maggiori ricavi. Banca Marche funziona, se è vero che sostiene il credito e c’è un margine di 800 milioni; ecco perché chi svolge funzioni di amministrazione deve avere come obiettivo il rilancio. Sono a rischio anche circa 150 dipendenti a tempo determinato. Qui non si tratta di una questione ideologica, ma di soldi, i nostri soldi che escono dalle Marche. Altra cosa grave, due sostantivi restano sempre fuori: lavoro e lavoratori. Quanta occupazione si va a perdere se vendiamo questa o quella filiale? Quando si parla di 700/800 esuberi, di 150 dipendenti a tempo determinato, è scontato doverne parlare, eppure l’approccio attuale è solo contabile.”

Aderisce al ‘piano B’ anche Dircredito, rappresentato dal segretario Alfonso Corraducci, nonostante il sindacato che rappresenta i quadri e dirigenti fosse restia: hanno superato le dinamiche strettamente sindacali e hanno deciso di aderire allo sciopero perché la questione riguarda tutto il personale. “Abbiamo più volte denunciato la mancanza di comunicazione interna e il giorno di astensione dal lavoro è stato un segno forte, un giorno in cui banca Marche si è fermata a riflettere. Noi siamo del tutto estranei agli eventi che ci hanno colpito. Siamo lavoratori che vogliono continuare a lavorare, è facile che ora la clientela scivoli in una lettura semplice della questione e la concorrenza faccia leva, anche in maniera sleale, sulla nostra sciagura. Noi garantiamo ai clienti di poter stare tranquilli, come pure al personale. Siamo in mano a dei commissari esperti, però è certo che in 60 giorni non si potrà mettere mano a chissà quale piano alternativo, perciò speriamo che questo commissariamento di due mesi sia prodromico ad un monitoraggio più lungo. Ecco perché siamo qui a dire no alla pura capitalizzazione, e a spiegare alla gente che decidere in regione è più comodo per tutti che non farlo da fuori. Non meno importante, abbiamo collocato tanti giovani con famiglie a carico e il problema del personale è molto sentito, si deve far posto al futuro e non pensare solo al passato. Ci auguriamo tutti che i commissari adottino una logica a lungo termine per tenere la banca in regione.”

Parla anche di bilancio, Corraducci: “Banca Italia e la nuova dirigenza stanno effettuando una verifica molto forte, con nuove valutazioni dei crediti. Nella realtà, l’accantonamento non è una perdita, ma una paura di perdita. Vuol dire che la banca diventa prudente, l’aver concesso molto denaro anche a settori che oggi sono a rischio può comportare sicurezza in futuro, quello che si è accantonato sembra perduto, ma può diventare ricchezza. Il lavoro fatto negli anni potrà diventare fonte di riabilitazione.”

La soluzione? I sindacati esprimono la preoccupazione per il fatto che possano essere fatte delle scelte solo su base contabile, col rischio appunto di adottare quell’aumento di capitale, che porterebbe banca Marche in pancia ad un grande gruppo.

Cosa si fa in due mesi?
Santini: “non si conosce nemmeno la banca, siccome stanno surrogando gli organi amministrativi, potrebbero dar corso a quella parte del piano che noi vorremmo scongiurare. La risposta è politica, appunto. Qui qualcuno arriva e decide, non è accettabile dal punto di vista della proprietà.”

“Analizzando la cronologia degli eventi – prosegue Corraducci – il provvedimento è arrivato a fine agosto, la gestione provvisoria scelta a ridosso del periodo estivo, è di tipo tampone, di passaggio dallo stato litigioso e incapace di creare una linea chiara di un CDA ormai destabilizzato. Mi auguro che l’attuale commissariamento sia prodromico ad un commissariamento vero e proprio per gettare le basi del futuro della banca e non adottare scelte affrettate ed irreversibili.”

Aggiunge Di Marcantonio: “Ragioniamo su quello che non va fatto, ossia 300milioni di aumento e 100 in dismissioni. Anche il taglio dei costi sarebbe assolutamente inefficace, perché se oggi la banca ha dei numeri buoni è perché chi lavora lo fa bene e ci mette la faccia. Le iniziative per smantellare la banca, venderla a prezzi da saldo, mettere mano ai costi del personale, sono prive di senso."

La speranza delle sigle sindacali è che il commissariamento non prenda strade senza uscita, perché c’è tempo per correre ai ripari. Gli amministratori regionali hanno dichiarato alla stampa che non avrebbero permesso la “colonizzazione”. Eppure, dalle parole della regione, lo spezzatino sembra inevitabile.

A chi chiede se il sindacato sapeva, chi sono i responsabili, i tre segretari rispondono all’unisono: due anni fa banca Marche era già stata posta sotto controllo e ne era uscita abbastanza bene, con dei problemi ma non gravi e assolutamente risolvibili. “Abbiamo subito un torto enorme da chi ci ha governato, anche da chi se n’è andato, da chi ha nominato queste persone, dal silenzio preoccupante delle Fondazioni. Ma noi non dimentichiamo i loro nomi. Sono certezze di una memoria indelebile.”


di Cristina Carnevali
redazione@viverejesi.it





Questo è un articolo pubblicato il 11-09-2013 alle 17:01 sul giornale del 12 settembre 2013 - 1206 letture

In questo articolo si parla di economia, jesi, cristina carnevali

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