La senatrice Amati sugli animali: 'Il mito dello scontro fra ricerca e benessere'

Silvana Amati 2' di lettura 27/12/2013 - Proprio in questi giorni la Commissione Sanità del Senato sta esaminando la proposta di decreto per dare attuazione alla Direttiva 2010/63 della UE. Si aggiornano le regole da rispettare in tema di benessere degli animali utilizzati a fini sperimentali, in Italia la normativa era ferma al 1992.

Stiamo dunque lavorando per far sì che in ambito medico e farmaceutico si attivi lo stesso processo già concluso con successo dall'industria cosmetica, - che ha sostituito completamente il modello animale - perché il numero di animali utilizzati e le loro sofferenze siano ridotti al minimo prevedendo, per esempio, l’obbligo di anestesia. S’è detto che abbiamo già regole sufficientemente restrittive. Non ci risulta. Circa l’80% degli esperimenti su animali viene autorizzato con il meccanismo del silenzio assenso, senza controlli. Vogliamo qui ribadire che non esiste contrasto fra il sostegno alla ricerca scientifica e la protezione degli animali come esseri senzienti, anzi. Quando parliamo di metodi alternativi parliamo di metodi estremamente avanzati: microcircuiti cellulari, organi bioartificiali, studi epidemiologici, dimostratisi fondamentali nella lotta al cancro. Non è fantascienza, la sperimentazione in vivo non è più insostituibile.

Le nuove tecniche permettono di ottenere risultati più rapidamente e possono eliminare il problema della trasferibilità dei risultati all’essere umano. Sono metodi sottoposti a complesse procedure di validazione di affidabilità dal Centro della Commissione Europea per la Validazione (ECVAM). Procedure che i metodi in vivo, nella maggior parte dei casi, non hanno dovuto affrontare. A quanto sostengono impropriamente che i nostri ricercatori non potrebbero lavorare in Italia a causa di regole a loro dire troppo stringenti, rispondiamo che i nostri ricercatori emigrano non perché adeguiamo la normativa nazionale alla maturità culturale raggiunta dalla nostra società e al nuovo contesto scientifico, ma il problema piuttosto è che il nostro Paese non investe adeguatamente nella ricerca, in generale. Al contrario di paesi come la Francia e la Germania, nonostante l’impegno preso più di venti anni fa attuando la Direttiva UE del 1986, l'Italia non ha finanziato lo sviluppo di metodi alternativi. Un problema che la UE considera urgente, come dimostrano i fondi dedicati al settore dal programma quadro Horizon 2020.

Chi difende il modello animale come fosse un'insostituibile necessità, condanna l'Italia all'arretratezza culturale e scientifica. Al contrario, il rafforzamento della protezione degli animali come esseri senzienti non è solo un dovere etico, ma anche un'opportunità per rilanciare la ricerca. Il tempestivo sviluppo di metodi alternativi renderà il nostro Paese competitivo e più efficiente nel settore della ricerca scientifica, che può e dovrà essere più efficace, avanzata e “cruelty free”.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 27-12-2013 alle 12:40 sul giornale del 28 dicembre 2013 - 3134 letture

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