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Chiaravalle: un cittadino ricorda lo scrittore Massimo Ferretti

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da Lettera firmata


Per molti marchigiani Chiaravalle significa Maria Montessori, la grandissima pedagogista, che attraverso il suo metodo di insegnamento ha rivoluzionato il modo di insegnare nelle scuole d’infanzia, mettendo al centro del suo metodo il bambino e il gioco. Una donna sulla quale si fa molto poco, e molte volte assai male.

Bisogna rendere giustizia a questa grande donna, e fare cose di qualità e di spessore, che purtroppo non avvengono, o se avvengono sono pochi e rari gli omaggi in onore di Maria Montessori. Però Chiaravalle non significa solo ed unicamente Maria Montessori, ma significa anche l’Abbazia di Santa Maria in Castagnola e dal 2014 significa Bosco Sabbatini, l’operaio della Manifattura Tabacchi ucciso dai tedeschi il 20 giugno 1944 all’interno della fabbrica, per difendere il suo posto di lavoro e i macchinari.

Ma Chiaravalle, è anche e soprattutto la terra natale di uno dei più grandi scrittori novecenteschi, e sto parlando del cittadino chiaravallese più illustre, che è stato Massimo Ferretti (Chiaravalle, 13 febbraio 1935 – Roma, 20 novembre 1974). Nativo di Chiaravalle, vive e lavora fino alla sua morte a Roma, e una volta dipartito ritorna nelle sue adorate Marche, dove oggi riposa nel Cimitero locale di Jesi, in totale pace e all’ombra degli alberi. Una vita sempre in movimento, tipica delle grandi firme letterarie! Non è del Ferretti poeta che voglio parlare, ma del Ferretti romanziere, di cui sono personalmente convinto che è stato ancora più grande dello scrittore delle raccolte poetiche “Deoso” e “Allergia”. È il 1961 quando esce la prima edizione del suo romanzo di formazione “Rodrigo”. In questa edizione la trama del romanzo si ispira ad un fatto tragico successo nella sua famiglia, cioè il suicidio del cugino; suicidio dovuto dalla disperazione di non avere più nulla economicamente e affettivamente. È del 1963 l’edizione definitiva di questo romanzo, in cui la dimensione autobiografica è messa da parte, e il suicidio di suo cugino, e la vita di Massimo Ferretti, sono presenti solo attraverso delle rimembranze sparse. Rodrigo è un sogno oscuro di un vate che ha abitato nella lingua, e la voce di Massimo Ferretti è alternata con quella di Rodrigo, le quali sono affiancate dalle nostalgie, che sono rimembrate per essere volutamente oscurate. Il protagonista del romanzo si è ammazzato perché stanco di divertirsi.

La storia intima del personaggio è una storia di agonia, che rimanda alla parola morte, seppure la morte non è presente all’interno del romanzo. La lingua del romanzo, è un lingua che si muove fra il vernacolo e la koiné piccolo borghese. Nel 1965 esce il suo secondo romanzo dal titolo “Il gazzarra”. Un romanzo sperimentale, e proprio come i romanzi di questo genere, si concentra sul “come” fare un romanzo, cioè sulle modalità, le tecniche, lo stile, e il linguaggio; e cerca di dare una risposta alla domanda tipica di ogni scrittore, cioè Che cosa può essere e fare la Letteratura? Questo romanzo è privo di contenuto, non ha una trama, ed è fortemente “illeggibile” e intransitivo. Ne “Il gazzarra” il gioco, è inteso come insignificanza totale, decadimento dell’uomo, e ritorno alla prelogica; e la parola si sostituisce all’azione, cioè la parola ha il compito di creare e sviluppare il romanzo. Nel 1974 poco prima della sua morte, inizia la stesura del suo terzo e ultimo romanzo rimasto incompiuto dal titolo “Trunkful”. Poco più di cinquanta pagine, in cui si possono vedere delle rimembranze autobiografiche in riguardo all’amicizia luminosa prima e burrascosa poi, di Massimo Ferretti con Pier Paolo Pasolini, attraverso i rimandi delle lettere del ventenne Massimo Ferretti, indirizzate all’amico e scrittore bolognese. L’intento del romanzo è quello di far ritrovare alla Letteratura la sua “luce”, per sottrarla alla pura e mera commercializzazione. La scrittura di questo romanzo incompiuto, è una scrittura che parla direttamente alla mente e al cuore del lettore. In questi tempi di piena globalizzazione ormai siamo abituati a tutto, ma la Morte è una cosa alla quale non ci abituiamo mai, non solo alla morte di parenti, amici, conoscenti, ma anche a quella dei Grandi Uomini che hanno reso l’Italia magnifica e immortale; come per l’appunto Massimo Ferretti.

Quando muore uno scrittore, muore non solo un artista ma con Lui anche il suo pensiero, utile per il miglioramento sociale ed etico della vita di tutti i giorni, perché la Letteratura non è solo una mera materia scolastica, ma è (e deve essere) qualcosa di più, ovvero uno strumento per leggere i problemi sociali, etici, religiosi, e politici odierni, e uno strumento attraverso il quale cercare la soluzione a questi problemi, sempre nel rispetto della persona. Quale è stato l’insegnamento di Massimo Ferretti? Ai giorni nostri sembra scontato, ma non lo è, e il suo insegnamento è quello di tenerci stretta la vita e di non arrenderci mai, e di non abbassare mai la testa davanti ad ogni ostacolo che la vita ci mette davanti. Insegnamento che Massimo Ferretti visse in prima persona sulla sua pelle, Lui che fu un ragazzo traumatizzato e prematuramente rivelato a sé dal male a causa dei bombardamenti su Chiaravalle già a partire dal 1942! Un evento traumatico per Lui fino alla sua morte.

Lettera firmata da Stefano Bardi, un cittadino di Chiaravalle



Questo è un comunicato stampa pubblicato il 19-11-2014 alle 13:17 sul giornale del 20 novembre 2014 - 1289 letture