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25 aprile: un lettore invia un omaggio al poeta fermano Franco Matacotta

Franco Matacotta 4' di lettura 24/04/2016 - La redazione riceve e pubblica un omaggio al poeta Franco Matacotta, in occasione della ricorrenza del 25 aprile, scritto da un lettore di Vivere Jesi.



Il 25 aprile di ogni anno è, un giorno importante, poiché si ricorda e si celebra, la Liberazione dell’Italia dal Nazifascismo avvenuta per opera della Resistenza o Lotta Partigiana, la quale vide coinvolta in primis i partigiani, che furono affiancati dai polacchi, e dagli alleati anglo-americani.

La Resistenza Partigiana è stata sempre, un ottimo soggetto per la letteratura di prosa, per la musica, per il cinema, ed è stata anche, un ottimo soggetto per la novecentesca poesia marchigiana, attraverso la raccolta “Fisarmonica Rossa”, del poeta fermano Franco Matacotta (Fermo, 11 ottobre 1916-Genova, 1 maggio 1978).
Una fisarmonica, che evoca emozioni puerili e le disloca, dentro un'atmosfera popolare, puerile, e guerrigliera. Per il poeta fermano, la musica di questo strumento è l'unica arma, da utilizzare contro la crudeltà esistenziale e bellica.

Una raccolta, che studia nel profondo i motivi, della Resistenza Partigiana, che sono individuati dal poeta nei termini di ordine, difesa, affermazione dell'Uomo, Terra natia, figli, castità esistenziali, e tanti altri ancora. La Lotta Partigiana è vista, come una condizione etica e sacrale, e come un'esperienza da vivere giornalmente; e inoltre per il Matacotta, essere Partigiani vuol dire essere portatori di vita.
Da questa raccolta esce un uomo rigido e murato, con le carni spezzate, orribili, e sinistre; e scenografie fatte di strade e città brumose, le quali sono ininterrottamente sonorizzate, da lacrimanti e cimiteriali campane.

Dappertutto si sente, un acre e stomacante odore di sangue marcio e di morte; i visi delle persone, sono come specchi scheggiati; e nell'oscurità delle tenebre, l’Uomo ha perso la strada di casa. Un'umanità intera è afflitta, dentro un paesaggio fatto da oscurità, brume, pioggia, e sempre schiaffeggiato da un vento, che ha la melodia delle mitraglie; e dulcis in fundo, una tempesta schiaffeggia gli spiriti e gli oggetti. Vita come morte, e morte come abbandono spirituale.

Il primo atto dell'opera è caratterizzato, da una brumosa uggia, la quale è lanciata verso la conquista della quiete e della coabitazione, che troveranno la loro concreta materializzazione, nel secondo atto della raccolta. L’Uomo matacottiano è un uomo, che scappa dalla fame, dalla paura, dalla povertà, dalle dilaniate e sciocche carni. Sangue soffocatore, dipartita divoratrice, e verecondia incurabile.
La raccolta matacottiana è accompagnata, dall'inizio alla fine, da una melodia demoniaca che confonde i frastuoni delle tenebre, con i malaugurati lamenti degli animali, con il serale strepitio delle catastrofi, con l'abbattuto e brumoso canto alla rossa speranza.

Questa raccolta si pone l'obiettivo, di camminare dentro un mondo di melodie e percezioni, di movimenti e bagliori, di terrore e sconfitte, di amori fiducie; e di rintracciare l'Italia autentica nella sua “primitività”, nella sua povertà, nelle sue ambiguità, e la sua speranza genuina e guerrigliera, che conduca al risorgimento e all'evoluzione dell'umanità.

Un altro tema di questa raccolta è l'urlo, il quale è composta da due facce, che sono la sofferenza spirituale e l'ideologia politico-sociale. Eppure le liriche di questa raccolta, non sono solo sangue, morte, e urli spirituale, ma anche e soprattutto, degli inni all'Uomo composti con timbri popolari, vocalismi lirici, e note sciolte.

Un elemento importante dell'opera matacottiana è costituito, dall'azione, sia quando essa vuole spezzare la stasi etico-spirituale sia quando la lusinga comunista, illumina con il suo ardente bagliore, l'inizio di una nuova vita, colma di libertà, uguaglianza, e legalità.

In conclusione l'Uomo nuovo della Resistenza Partigiana è per Franco Matacotta, un essere arsiccio, fossilizzato, e infingardo, il quale in ultima istanza, non ha nessuna possibilità di rinascere a nuova vita; e la sua lirica è una poesia civile, ovvero, una lirica di aiuto socio-umano verso gli altri, e non più una reminiscenza, dei suoi fantasmi e dei suoi miti spirituali.


Lettera firmata da Stefano Bardi, cittadino chiaravallese






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-04-2016 alle 12:37 sul giornale del 26 aprile 2016 - 1358 letture

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