Jesi in Comune: 'Bacci butta i nostri denari per uno studio inutile'

Jesi 5' di lettura 24/02/2017 - Abbiamo letto che per lo studio "Jesi in progress" il Comune di Jesi ha sborsato 30mila Euro, mentre il resto (ma quant’è?) lo ha “concesso” Maccaferri. E qui già ci si potrebbe chiedere: perché la nostra città per uno studio che riguarda il suo futuro deve mettersi in mano a un imprenditore bolognese?


Ma almeno per ora lasciamo da parte l’interrogativo per concentrarci sui risultati dello studio. Che sono piuttosto deludenti. E talvolta, a nostro parere, paiono proprio sbagliati.
Dunque, anzitutto diciamo: per quanto sia costato “poco” (ma 30mila Euro sono una cifra con cui si può fare qualcosa di più utile per la città), questa operazione si poteva evitare. Perché lo studio che è stato presentato in pompa magna al Pergolesi sembra criticabile nel metodo, approssimativo nei presupposti (e in alcuni contenuti), e sbagliato nelle conclusioni.
Cerchiamo di spiegare i motivi di questo giudizio. Criticabile nel metodo. Si pretende di fare una ricerca esaustiva e che indichi le linee di indirizzo per lo sviluppo della città con “interviste ad alcune centinaia di persone”.
Ebbene, per quanto queste persone possano essere rappresentative (ma chi sono? quante di preciso? come sono state scelte?), abbiamo qualche dubbio sul fatto che le interviste “a campione” e i focus group permettano di comprendere in modo approfondito quali siano le caratteristiche attuali del nostro tessuto socio-economico, quali le problematiche e i punti di forza, e quali, dunque, le prospettive più realistiche.
Ma soprattutto nella presentazione dello studio ci si vanta di aver in tal modo concretizzato la “partecipazione dei cittadini”. E che pertanto quel che si deciderà di fare non è “calato dall’alto”.
Beh... se questa è la concezione della partecipazione alla vita pubblica che ha questa amministrazione, non si può far altro che rispondere – con Totò – ma ci faccia il piacere! Approssimativo.

Abbiamo letto “Jesi in Progress”. Tra le fonti quantitative, tra i numeri che dovrebbero fungere da riferimento per l’analisi e le conclusioni, ci sono dati provenienti dalla “consultazione pubblica Jesi Futura”, una consultazione on line voluta da questa Amministrazione che tra l’altro non risulta sia stata particolarmente seguita dagli jesini. E’ possibile considerare una fonte seria ed attendibile una cosa del genere?
Ma non basta. Se si va a leggere i vari contenuti della consultazione, si nota come per alcune questione specifiche - e quindi l’analisi che ne consegue - sia stata impostata in maniera piuttosto superficiali. Sbagliato.
Scrivemmo tempo fa che piuttosto che perdere tempo e risorse nel museo multimediale di Federico II (ossia su un passato molto lontano e che non ci appartiene) meglio sarebbe occuparsi della nostra storia recente, essenziale per capire da dove veniamo, chi siamo, e dove vogliamo (possiamo) andare. Invece del Novecento jesino nessuno si occupa, col risultato che non conosciamo il nostro passato.
Purtroppo sembrano non conoscerlo neppure i ricercatori che hanno preparato il rapporto che un po’ frettolosamente hanno preso per buono il mito della Jesi “piccola Milano”.
In realtà (e ci sono lavori di storia anche di una certa importanza che lo attestano), la storia della nostra città racconta che quello di “piccola Milano” è un appellativo posticcio, frettolosamente appiccicato da un certo giornalismo in anni ormai lontani. Perché lo sviluppo del settore secondario jesino (e della Vallesina), già a cominciare dagli anni Trenta ma poi – soprattutto – nell’epoca della ricostruzione postbellica, poco o niente ha a che spartire con il modello e le caratteristiche di quello milanese.
La nostra – salvo eccezioni durate poco e finite male – è stata un’economia industriale basata su una piccola e media impresa alimentata, direttamente o indirettamente, dal settore agricolo. E strutturata in parte su modelli di gestione familiare e in parte su capitale proveniente da “fuori” (questo sì), ma che arrivava in Vallesina per impiantare fabbriche che avevano a che fare con le produzioni del territorio (c’è un’unica eccezione: la fabbrica di velivoli da guerra Savoia-Marchetti: operazione voluta dai gerarchi fascisti che è sopravvissuta pochi anni).
Ecco, se si parte da un presupposto sbagliato (cioè che è esistita una “piccola Milano”), come si fa a delineare una linea di sviluppo efficace? Come si fa a definire un orizzonte di riferimento che non sia un miraggio? Indicare come prospettiva la costruzione di una “piccola Torino” sembra un errore e un bluff. Per lo meno come criterio generale.
La realtà è diversa. E ci dice, anzitutto, che non si immagina il futuro della città affidandosi ad uno studio di un’agenzia di ricerca. Ribadiamo che se si vogliono fare passi nella giusta direzione, occorre in primo luogo conoscere bene da dove si viene e chi si è.
E poi il futuro occorre costruirlo insieme a tutti gli jesini. Ma partecipazione, confronto e co-responsabilizzazione dei cittadini nelle scelte sono tre parole assenti dal vocabolario dell'attuale amministrazione a giunta Bacci.

Noi di Jesi in Comune diciamo che si deve procedere in modo diverso per costruire il futuro della città; nel metodo e nei contenuti. E che occorre fare una “grande Jesi” con tutti gli jesini, non una “piccola Torino” di cui non esistono i presupposti.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-02-2017 alle 23:33 sul giornale del 25 febbraio 2017 - 560 letture

In questo articolo si parla di attualità, jesi, Lista Civica, jesi in comune

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/aGOR





logoEV