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Calcio: Jesina-l’Aquila nel ricordo di Don Aroldo

3' di lettura 29/04/2018 - La partita tra Jesina e l’Aquila, decisiva per i destini – opposti – delle due formazioni, ha dato la possibilità di ricordare la figura di Aroldo Collesi, scomparso nel 2005 a 89 anni, che fu allenatore delle due squadre.

Nativo di Serra San Quirico, jesino da sempre, ha avuto sempre il calcio nel sangue, tanto da farne una professione, prima come portiere, poi come allenatore, facendosi conoscere e apprezzare in parecchie città, Roma, Palermo, Ancona, Pescara e l’Aquila come giocatore, Avezzano, Fermo, Barletta, Ascoli, Rosignano, L’Aquila, Ancona, Chieti, Montevarchi, Avellino, Jesi.

Avendolo conosciuto personalmente ne ho un ricordo particolarmente caro: a inizi anni ’80, è stato un precursore dei moderni opinionisti, quando a Tv Universo io e Annibale Mastri, conducevamo un programma sportivo settimanale. I commenti di Don Aroldo erano sempre all’insegna dell’equilibrio e del rispetto e soprattutto dell’obiettività. Già Don Aroldo: mi raccontava con orgoglio che quel “Don” lo aveva coniato un presidente dell’Avellino degli anni ’70, Sibilia, in segno di deferenza. E quando sfogliava l’album dei ricordi, Aroldo era un fiume in piena. Allora ricordava quando, durante il campionato 1941/42 difendeva la porta del Palermo: il calcio era un motivo per non pensare alla guerra per quanto possibile, ma una domenica scattò l’allarme antiaereo, tutti scapparono, giocatori e spettatori, prima che la città fosse bombardata.

Quando allenava l’Avellino aveva conosciuto il clima caldo di certi campi del sud: c’era uno stadio, in particolare, nel quale la panchina era attaccata alla recinzione, a un certo punto, alzatosi in piedi, alla rete, aveva sentito premere un oggetto metallico a un fianco; si era voltato, un tifoso, con un enorme coltello, lo stava minacciando.

E poi quel suo amore per la professione di allenatore, per il riconoscimento di un trattamento previdenziale: tanti allenatori di oggi neanche lo immaginano, ma Collesi fu promotore, assieme a personaggi del calibro di Fulvio Bernardini, Luigi del Grosso e Nereo Rocco, dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio, che difese i diritti, troppo spesso calpestati, di tanti colleghi, specialmente nelle serie inferiori.

Collesi ha chiuso la sua carriera proprio nella sua Jesi e in questo non è stato proprio fortunato, essendo capitato in anni di grandi difficoltà societarie, ma forse proprio il suo amore per la Jesina gli hanno dato la spinta per tenere duro, dovendosi perfino inventare direttore sportivo e dirigente, pagando in alcune occasioni pranzi e lavanderie ai giocatori.

Negli ultimi anni della sua vita lo incontravo spesso al Bar Snoopy o al supermercato, i suoi occhi brillavano quando mi incontrata e ricordava i nostri trascorsi giornalistici, ma soprattutto si illuminavano, quando parlava della sua famiglia.

Quanti ricordi, peccato non essere riuscito in tempo a proporgli di scrivere un libro con i suoi racconti!

Per chiudere l’articolo, mi fa piacere citare il ricordo di un dirigente del Chieti, quando era allenatore nella città abruzzese, che in poche parole ne riassume le qualità:”Un amico, una persona trasparente e un professionista capace e molto attivo.”






Questo è un articolo pubblicato il 29-04-2018 alle 19:21 sul giornale del 30 aprile 2018 - 1988 letture

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