Antonio e Marcello, se ne sono andati due uomini d'altri tempi

lutto 3' di lettura 22/04/2019 - Nelle scorse settimane sono venute a mancare due figure importanti dell’anima popolare della storia di Jesi: Antonio Giulioni e Marcello Luzi. Il ricordo di in lettore.

Il primo è stato per lungo tempo il giornalaio della stazione e l’altro faceva parte della falegnameria dell’Ospedale del Viale della Vittoria, quello che dovranno abbattere.

Entrambi abitavano a San Pietro quartiere storico e operaio.

Antonio, il giornalaio, rappresentava una figura nota non solo per i tanti pendolari che andavano a lavorare in Ancona, o per gli abitanti della zona sud che si servivano da lui, ma per molti altri che preferivano andare a comprare il giornale da Antò, perché era diverso, ci ritrovavi tutto un mondo che a testa bassa scrutava fra le pubblicazioni, si scambiava commenti e battute, intavolava discussioni infinite.

Quando ancora non c’erano i social, andare a prendere il giornale giù la staziò, era molto più che navigare in rete, chattare e farsi selfie. Ed Antò stava lì a governare il traffico di anime e pensieri che si incrociavano, alle porte della città, prima di partire per un viaggio, o di ritorno da qualche posto lontano.

Probabilmente meno conosciuto Marcello, falegname dell’Ospedale Vittorio Emanuele III, anima di un proletariato artigiano di cui la città era piena; quando Batazzi, quello della ferramenta, stava al centro, perché le botteghe erano tutte al centro, ammassate in scantinati e stanze di fortuna dove si costruiva di tutto. Marcello era figlio della tradizione del: “Impari l’arte e mettila da parte”, che aveva trovato posto nell’industrializzazione dei secoli scorsi, nelle molte fabbriche della zona sud e nella fabbrica della salute che era – e continua ad essere per certi versi – l’Ospedale, con le sue stratificazioni interne, le sue gerarchie, la sua rete solidaristica diffusa fra gli ultimi, fra operatori ed utenti.

Non è facile capire cosa significhi fare l’operaio – il falegname – in un ospedale. Ma chi vi ha lavorato, e chi ha conosciuto Marcello, sa che quando qualcosa si rompeva, o non funzionava, o bisognava “costruirlo”, l’estro e la bravura dei lavoratori della falegnameria e dell’officina dell’Ospedale di Jesi – come dei nosocomi in generale a quel tempo – rappresentava un valore aggiunto, un investimento, una risorsa. Beni spazzati via dalla polverizzazione dei servizi, dalla delocalizzazione delle fabbriche – anche degli ospedali – dallo spezzettamento dei lavori in tanti appalti e subappalti che oggi portano a situazioni di cronica mancanza di sostegno quando qualcosa si rompe, qualcosa non funziona, qualcosa bisognerebbe crearlo. In ospedale e non solo.

Marcello e Antonio figli di un mondo altro, rudi nei modi, ma col cuore d’oro, e d’oro pure le mani. Abitavano in un quartiere che per qualcuno può sembrare una bella location per sagre, eventi e movida, per molti significava – e in non pochi casi lo è ancora – una vita non sempre facile in un ambiente altrettanto difficile. Una visione che è stata ricordata ulteriormente alcune settimane fa nella presentazione del libro “La Simeide” di Tullio Bugari, in un Palazzo dei Convegni gremito di vecchi operai della Sima, dei quali molti abitavano a San Pietro, che stava lì, a due passi.

Uomini e donne che, come Marcello e Antonio, appartenevano ad un mondo che non esiste più, ma i cui valori hanno radici profonde e lentamente sbocciano in fiori della memoria storica e della solidarietà sociale.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 22-04-2019 alle 22:31 sul giornale del 23 aprile 2019 - 6484 letture

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