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Calcio: Mister Ciampelli a la Jesina, un arrivederci o un addio?

7' di lettura 02/05/2019 - C’è stato un momento della stagione in cui nessuno avrebbe più scommesso un dollaro bucato sulla Jesina e forse neanche sul suo allenatore: sconfitte dolorose, tanti punti lasciati per strada, difficoltà di una squadra molto giovane alla quale si era chiesto di crescere, forse troppo in fretta.

Uno dei paradossi dello sport: la squadra si allenava con intensità e con la massima serietà e i punti non arrivavano. Al contrario arrivavano delusioni a ripetizione: a un certo punto del girone di andata la squadra era sprofondata in piena zona play-out e si stava concretizzando l’incubo di una storia vissuta soltanto dodici mesi fa.

In questi momenti è più difficile mantenere equilibrio, ci riferiamo a società e squadra e perché no, a pubblico, molto più facile mettere qualcuno sul banco degli imputati.

Ma il bello di quello che è venuto dopo è stato constatare che tutti hanno continuato a viaggiare nella stessa direzione.

Di Ciampelli ci ha colpito dal primo momento il modo di porsi con trasparenza sin dallo scorso luglio e poi la coerenza, quella onestà intellettuale, con cui ha saputo affrontato le onde alte e perigliose che rischiavano di portare la Jesina alla deriva. Invece, tenuto sempre saldamente il timone in mano, ha portato la nave in porti più sicuri. Mai una incertezza, mai uno scaricarsi di responsabilità, specie quando le cose andavano male.

A parte l’affermare che la squadra non aveva mai smesso di lavorare: c’era molto di più, una maturità nel gestire gli equilibri della squadra dal punto di vista umano, oltre che tecnico, una dote che sicuramente ha scoperto anche lui, nell’affrontare la prima esperienza al di fuori del settore giovanile.

«A fine stagione un bilancio è sempre d’obbligo. Ciampelli, che annata è stata?»

«È stata un’annata bella, ma difficile, contro il Forlì abbiamo chiuso quel percorso iniziato con l’Avezzano in casa, con una prestazione che rispecchiasse ciò che siamo, quello che abbiamo espresso in tutto l’arco del campionato.

I punti in classifica dicono una cosa diversa ma come ho sempre detto a tutti e ai miei giocatori, quello che abbiamo fatto nel girone di ritorno è il frutto del lavoro che abbiamo fatto sin dal 23 luglio scorso.

Mi sento di ringraziare i ragazzi perché molti di loro sono venuti qua quando la Jesina era ancora in Eccellenza, anche se tutti, compreso io, eravamo fiduciosi di giocare in serie D. Tutti hanno dimostrato qualcosa di importante, in questa stagione, tutti hanno dato un segnale forte alla città e ai tifosi.

E io sono molto felice per loro, perché il nostro obiettivo era i tifosi diventassero orgogliosi di noi, dei ragazzi che indossavano la maglia per cui tifano. Penso che siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo.»

«Il presente fa già parte del passato. Il tuo futuro?»

«Con la società non ci siamo ancora messi a tavolino, è un momento in cui devono fare altre valutazioni.

Non finirò mai di ringraziare Gianfranco Amici per avermi proposto di venire a Jesi, intanto perché mi ha dato la possibilità di entrare nel mondo delle prime squadre, che è qualcosa di completamente diverso dal settore giovanile. Ha creduto in me, al mio progetto, ha sfidato una piazza che giustamente che aveva le sue ambizioni, gli sarò grato per avermi dato la possibilità di provare queste emozioni.

Il progetto era far ripartire l’entusiasmo in questa città e per farlo serviva una cosa straordinaria, penso che abbiamo fatto davvero qualcosa di straordinario.

Questa squadra era in Eccellenza, è stata riammessa ed ha raggiunto una posizione in classifica che rappresenta un grande risultato.»

«Se ci fosse la possibilità di restare, cosa vorresti chiedere alla società?»

«Sicuramente al primo posto non ci sarebbe la questione economica, forse perché ancora devo capire come si fa questo mestiere, dove prima si pensa a guadagnare e poi si pensa al campo, purtroppo è così.

Io l’ho detto e lo ripeto: sono venuto a Jesi perché avevo degli stimoli straordinari, perché questa città meritava e mi dava, a pelle, quelle sensazioni che altre situazioni possibili non mi davano.

Non nego che quando ho deciso di venire, poche persone mi hanno incoraggiato dicendomi che stavo facendo la cosa giusta, non nego che la mia famiglia mi ha veramente sostenuto così, a spada tratta, credendo in quello che io volevo fare. Oggi posso dire a distanza di nove mesi che la scelta di venire qui è stata la migliore che potessi fare. Volevo una piazza così, come prima esperienza nell’allenare una prima squadra. Una piazza che vivesse il calcio in questa maniera.

La Jesina l’anno prossimo deve fare meglio, non può ripartire per pensare solo alla salvezza o quanto meno deve partire con l’idea di poterlo fare.

In primo luogo dovrò riflettere su quali sensazioni mie, potrei trasmettere a questa squadra e a questa società che, come detto, devo ringraziare per la possibilità che mi ha dato.

Ogni cinque anni mi sono dato uno step, il prossimo sarà a quaranta, vediamo che succede. Adesso ne ho trentasei ed ho quattro anni per capire se questa può essere la mia strada.

Ho bisogno di evitare scelte azzardate o che non mi facciano stare tranquillo con il mio lavoro che per me è la cosa più importante.

Anche nei momenti di grande difficoltà quando i punti non venivano tornavo a casa e avevo comunque la coscienza a posto, perché i miei giocatori lavoravano e, se possibile, mi arrabbiavo anche di più. Però avevo la sensazione che questa squadra avrebbe fatto qualcosa di importante.»

«L’augurio è di poterti salutare con un “arrivederci” e non con un “addio”. Ma se non ci fossero i presupposti per rivederti anche l’anno prossimo, quali sensazioni ti sarai portato al termine di questa avventura?»

«Tanta roba, perché a livello personale è stata un’annata difficile ma estremamente formativa, perché quando alleni in un settore giovanile o rivesti il ruolo di collaboratore in serie D, non vivi in prima persona le difficoltà di un calcio che è dilettantistico sole come format e in realtà si fa professionismo, come in queste squadre.

Mi porto dietro la soddisfazione di aver allenato un gruppo di giocatori e di uomini che, non so quanto sarà lunga la mia carriera di allenatore, difficilmente avrò la possibilità di allenare.»

Il saluto ai rappresentanti della stampa è una forte stretta di mano e un abbraccio, con un calore tale, che fanno pensare a un congedo e non un arrivederci.

Vorremmo davvero sbagliarci, vorremmo, per il bene del calcio jesino, di ritrovare a luglio Ciampelli e gran parte del gruppo dei giocatori, che hanno reso il girone di ritorno entusiasmante. Ripartire così sarebbe quanto di meglio ci si potrebbe augurare.

La palla, come sempre in questi casi, passa alla società ed è giusto che sia così. La priorità dare un futuro alla Jesina, senza un drastico calo di ambizioni, che sarebbe un po’ come tornare al luglio 2018.

A nome personale e di Vivere Jesi: arrivederci Ciampelli!






Questo è un articolo pubblicato il 02-05-2019 alle 11:40 sul giornale del 03 maggio 2019 - 3099 letture

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