Ospedale Urbani e coronavirus: gestione efficace e tanta emozione

6' di lettura 05/04/2020 - "Non siamo eroi, ma persone che hanno scelto questo lavoro e mettono professionalità e impegno". Parlano i dirigenti medici dell'ospedale jesino, che "aprono" virtualmente le porte dei reparti in prima linea nella lotta al covid-19.

Il 4 marzo 2020 arrivava all'ospedale jesino il primo paziente con i sintomi del virus, poi rivelatosi positivo al Covid 19 (dopo un periodo di osservazione temporanea presso il PS, infatti, visto l’aggravarsi della patologia respiratoria, si rendeva necessario procedere ad intubazione e, dopo aver verificato l’indisponibilità di posti letto di Terapia Intensiva dedicati al trattamento di pazienti Covid in ambito regionale, si disponeva il ricovero presso la Terapia Intensiva di Jesi, in box isolato; purtroppo quel paziente non ce l'ha fatta).
E' passato un mese esatto da allora e l'ospedale "Carlo Urbani" si è completamente trasformato tanto da essere stato il primo ospedale marchigiano a raccogliere un numero elevato di pazienti affetti da coronavirus, seguito da quello di Senigallia.

Un percorso che ha stravolto il modo di lavorare, i luoghi, l'organizzazione di tutto il personale sanitario in forza ad una struttura che, per caratteristiche e per la recente inaugurazione, si è rivelato all'avanguardia e adatto alla trasformazione, ma a fare la differenza sono state tutte le persone che lavorano al suo interno: medici, infermieri, oss, tecnici, addetti alle pulizie, tutto il personale in forza al "Carlo Urbani", un ospedale che porta il nome di un grande medico scomparso a causa della Sars. "Un onore ma anche un onere, quello di tenere alto il suo nome con tutta la nostra professionalità ed il massimo impegno", questa è la sensazione che pervade i dirigenti delle unità operative in conferenza stampa (via skype) sabato mattina, 4 aprile, con il direttore di AV2 Giovanni Guidi.

La trasformazione della struttura, in prima linea nell'affrontare l'ondata di contagi, è stata guidata dalla direttrice dott.ssa Sonia Bacelli: una grande impresa, che ha visto l'ospedale organizzarsi per accogliere i pazienti viruspositivi provenienti dal pesarese ma anche mantenere, con le dovute distanze e cautele, tutte le funzioni essenziali.Da quel 4 marzo, sembra passato non un mese, ma un anno, qui tutti hanno stravolto il loro ordinario. Tante le emozioni, oltre alla paura, superata dalla forza di impegnarci al massimo, tutto il personale si solleva e sostiene a vicenda, dobbiamo restare umani nonostante i dispositivi di protezione, agli occhi dei pazienti, ci facciano sembrare come robot. Ogni giorno in ospedale troviamo la squadra, la famiglia…non siamo eroi, siamo persone che hanno scelto questo lavoro e siamo orgogliosi e onorati di farlo. Abbiamo fiducia, ma solo tutti insieme ed uniti potremmo farcela”.

L'ospedale Urbani ha compiuto un’impresa epocale. Sono state prese decisioni veloci, ma valide: "Siamo stanchi - rispondono in coro i dirigenti delle unità operative - ma siamo forti spiritualmente e pronti ad accettare altre risorse umane".

Sono i loro volti, coperti dalle mascherine, a manifestare una composta ma profonda commozione per lo stato delle cose: una malattia che "non è una guerra, è peggio della guerra. E' un nemico invisibile, contro il quale l'unica arma che abbiamo è la difesa". “Non immaginate neppure il terrore che trasmette il paziente quando si trova qui, e noi cerchiamo di tranquillizzarlo”.

Ma la battaglia è anche fuori: la comunità deve essere unita e mostrare senso di responsabilità e collaborazione. Ecco perché anche in una giornata come domenica, sole e temperature piacevoli, il dovere di tutta la comunità è solo uno: stare a casa, coprirsi e proteggersi. Perché fuori c'è un nemico invisibile, e se ti capita addosso sei costretto a ricorrere alle cure mediche. E, come ci spiegano i medici, la cosa più importante è proteggersi perché aver bisogno della terapia intensiva non vuol dire salvarsi. L’effetto del virus infatti non è solo polmonare ma anche cardiaco, e lo scompenso cardiorespiratorio è il più difficile da rianimare.

Attualmente all'Urbani sono circa 115 i pazienti ricoverati (tra terapia intensiva, semi intensiva e reparti).

Ecco cosa raccontano i dirigenti delle unità operative: emozioni anche forti ma la forza d'animo ed il sostegno reciproco di ogni giorno.

"Quando si esce da un turno tre sono le sensazioni, la stanchezza, una grande motivazione che te la fa superare, poi la paura. Molti sanitari sono morti e poi c’è il timore di infettare le famiglie, quindi ci si affida alla Provvidenza". Sappiamo che ad oggi, sono tra i 10 e 15 sanitari dell'Urbani ad essere stati contagiati.

"La situazione è disumana, possiamo solo parlare al telefono con i familiari anche per dare tristi notizie, con una voce dall’altra parte che piange per la perdita dei propri cari. Cercando di mantenere la calma e confortare pazienti e familiari". L'ospedale ci ha fornito, col consenso dei pazienti, immagini scattate durante le chiamate.

"C’è chi ha chiesto di fotografare da morto, il proprio caro, per poterlo vedere un'ultima volta.. non possiamo farlo ma questo dimostra quanta disumanità c’è anche in punto di morte".

"Questa non è una guerra, è peggio della guerra, non c'è un nemico da sfidare, ci dobbiamo solo coprire e combattere con le armi della difesa. Proteggiamoci tutti e stiamo attenti, il virus si combatte ovunque, in casa, per strada e speriamo di avere meno pazienti possibile in ospedale”.

“Quando ci si spoglia dei dpi (dispositivi di protezione individuale, tuta, mascherina, guanti, visiere, ndr), la prima necessità è respirare, uscire fuori dalla struttura".

"Ci stiamo guardando molto negli occhi, apprezzando gli sguardi, perché sono gli unici visibili, ma vi assicuro che la bellezza degli occhi rimarrà nella mia memoria".

Il personale sanitario ha sentito tantissimo la vicinanza di tutti, gli aiuti, i pasti ricevuti, ogni gesto di conforto dal mondo esterno per la professionalità dimostrata ogni giorno.
Da oggi inoltre, è arrivato un prezioso aiuto dalla Protezione Civile nazionale: due medici volontari della protezione civile nazionale sono già a lavoro all'Urbani, e arriveranno a breve anche gli infermieri.

Non mancano mai i dispositivi di protezione individuale, anche se "a volte sono al limite, ma sono sempre arrivati in tempo per fornirci copertura", fanno sapere.

I medici stanno notando una relativa stabilità dei flussi di contagio: "Siamo speranzosi, ma stiamo lottando contro un nemico subdolo. Vorremmo essere nelle condizioni di pensare al dopo, anche se ora è troppo presto per farlo". Lo spavento infatti non è tanto dovuto da ciò che è successo, perché i sanitari lo hanno e lo stanno gestendo nel migliore dei modi, quanto dal fatto di dover "continuare con questa modalità e prevedere come saremo e come potremo affrontare il dopo”. Tornare alla normalità sarà davvero difficile e ci vorrà aiuto.


di Cristina Carnevali
redazione@viverejesi.it







Questo è un articolo pubblicato il 05-04-2020 alle 11:55 sul giornale del 06 aprile 2020 - 1573 letture

In questo articolo si parla di attualità, jesi, terapia intensiva, cristina carnevali, ospedale carlo urbani, articolo, coronavirus, covid 19

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/bi4C





logoEV
logoEV