Quantcast

Donazione Morosetti, l'intervento di un lettore

Fontana dei Leoni a Jesi 4' di lettura 17/12/2020 - La redazione riceve e pubblica la lettera aperta di un lettore che interviene nella questione del lascito di Cassio Morosetti e dello spostamento della Fontana dei Leoni.

Non sorprende che la generosa donazione testamentaria del fumettista Cassio Morosetti abbia suscitato, nonostante le preoccupazioni e le impellenze di un periodo segnato dalla pandemia, un acceso dibattito. Sì, perché la donazione può implicare un nuovo assetto delle due piazze centrali della città, di quelle piazze cioè che rappresentano il fulcro della vita cittadina, come nell’Agorà greca o nel Foro romano.

Quindi il dibattito si è acceso giustamente perché verte proprio su due luoghi simbolici del dibattito stesso, degli scambi, degli incontri di una città. Infatti, l’una delle due possibilità alternative per cui deve essere impiegata la donazione è proprio quella, rispondendo ad un desiderio cullato chissà da quanto tempo dal donatore stesso, nato a Jesi ma vissuto in gran parte e morto a Milano, di utilizzarla per riportare la fontana-obelisco alla sua destinazione originaria, cioè dove era prima che il donatore se ne andasse da Jesi.
L’altra possibilità è quella di impiegarla a sostegno di istituzioni filantropiche.

Naturalmente, chi vuole che le piazze restino così come sono, opta per quest’ultima soluzione, fornendo diverse ragioni: che è meglio usare il denaro in opere di beneficienza piuttosto che stravolgere l’assetto di due piazze; che la fontana nell’attuale sede è cara nei ricordi non di una sola persona ma di tanta gente, essendo lì dal 1949, e fa parte perciò del suo immaginario; che la piazza Federico II senza la fontana perderebbe un elemento architettonico importante; che un privato e facoltoso cittadino, benché benemerito, non può decidere le sorti urbanistiche di una città.

Dalla parte opposta, tra chi vuole soddisfare il desiderio di Morosetti spostando la fontana, ci sono altre ragioni: che lo spostamento è un grande segno di riconoscenza verso un valente e generoso uomo; che la sede ideale della fontana è piazza della Repubblica perché per quella piazza è stata ideata, progettata e realizzata e quindi il suo trasferimento ha costituito uno scempio; che la donazione è così cospicua che una parte del denaro può prevedere anche altri usi di riqualificazione della città. Sicuramente ho tralasciato altre ragioni degli uni e degli altri, tuttavia mi pare che entrambe le parti abbiano trascurato o non messo sufficientemente in rilievo il senso proprio della piazza centrale, che è quello di uno spazio vuoto, libero per incontri e manifestazioni, e delimitato e ornato da palazzi significativi, che fanno ad esempio di Piazza Federico II una piazza a maggiore vocazione religiosa (Piazza del Duomo) e di Piazza della Repubblica una piazza a maggiore vocazione laica (Piazza del Teatro).
Infatti la fontana-obelisco non nacque insieme con la piazza (il teatro era già stato costruito nel 1790), ma sopraggiunse nel 1845 per fornire acqua agli abitanti della zona di nuova edificazione al di fuori delle mura; e negli anni Venti, dopo che nel 1917 era stato attivato l’acquedotto della Gola della Rossa che portava l’acqua direttamente nelle case, c’era chi la considerava già un “impiccio”, come rileva una ricerca dello scomparso prof. Francesco Bonasera.
E così nel 1949, quando ormai da tempo aveva perso la sua funzione ed era sorta la nuova esigenza di una stazione delle corriere, il sindaco Carotti non ci pensò due volte a trasferirla in Piazza Federico II per la centralità ed ampiezza di questa piazza, ma purtroppo sacrificando la sua magnifica prospettiva e riducendola così in due mini-piazze.
Non a caso nel 2004, in occasione della ristrutturazione della piazza, la questione della destinazione della fontana-obelisco riesplose: già il progetto De Carlo del 1983 la spostava posizionandola davanti al cortile dell’attuale museo federiciano, altri allora, in seguito ad un sondaggio, c’è chi la voleva ancora più in là verso la balaustra rinascimentale o addirittura trasferirla in altre parti della città e ovviamente c’era anche chi voleva che ritornasse da dove era venuta.

Ricordo che io, scevro da sfide architettoniche e da nostalgie retrotopiche e nel tentativo di ricuperare ancora una funzionalità pratica al manufatto, proposi di trasferirla in fondo al Viale Trieste (Viale della Stazione) che, dopo la demolizione del vecchio edificio del 1938 e l’inaugurazione più in là del nuovo nel 1991, era ed è rimasto senza conclusione prospettica.

Si può capire che in certi periodi anche un’Agorà debba rispondere a certe esigenze pratiche (da far presente tuttavia che a metà secolo dell’Ottocento Piazza della Repubblica non aveva ancora il ruolo attuale di piazza centrale della città), più difficile è capire che una piazza centrale, anziché restare uno spazio vuoto che come il palcoscenico di un teatro di volta in volta si anima ad ospitare la vita pubblica della città, debba essere occupata e ingombrata da oggetti-feticcio o essere marchiata da oggetti identitari e totem turistici.

Lettera firmata da Claudio Sbaffi, cittadino di Jesi






Questo è un articolo pubblicato il 17-12-2020 alle 00:00 sul giornale del 17 dicembre 2020 - 341 letture

In questo articolo si parla di jesi, lettera, fontana dei leoni

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bF5R





logoEV
logoEV