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Senigallia: Non pagavano contributi né IVA. Fermati dalla Guardia di finanza 7 imprenditori cinesi

4' di lettura 20/01/2021 - 15 procedimenti penali che hanno bloccato i 7 imprenditori cinesi che avevano allestito un sistema per eludere i controlli sdoganato dalle fiamme oro di Senigallia. Chiusi e sequestrati gli opifici dove venivano confezionati capi di vestiario. Sequestrati oltre 5 milioni di euro in beni

Alla fine sono state ben 57 le aziende su cui gli Agenti della Guardia di Finanza della Tenenza di Senigallia ha dovuto operare un sofisticato sistema di indagine, iniziato nel 2016e che ha già portato alle prime condanne. Un numero così elevato perchè la stretegia per sfuggire ai controlli era quella di aprire e cessare con regolarità le aziende fondate. Dopo circa due o tre anni la partita iva della azienda intestata ad un titolare fittizio veniva chiusa. Immediatamente si riapriva una nuova partita iva, intestata ad uno dei dipendenti, mentre il vecchio “titolare” tornava a fa parte della forza lavoro delle aziende. I veri patronus delle aziende non comparivano mai in nessun documento ufficiale, anche se grazie alle indagini i finanzieri sono riusciti a identificare 7 imprenditori originari della Cina come le menti dietro alla truffa ai danni dello stato.

Le aziende realizzavano il confezionamento di capi di vestiario, anche di importanti firme nazionali. Tutte le aziende risultate ignare dei metodi con cui il lavoro veniva svolto in questi opifici, tutti situati in un triangolo compreso tra Senigallia, Trecastelli e Mondolfo. I prezzi competitivi che le aziende riuscivano ad offrire erano raggiungibili anche grazie al mancato versamento all'Erario delle imposte dirette, dell'IVA e dei contributi fiscale dei dipendenti. Prima che lo Stato potesse pretendere quindi il pagamento delle imposte l'azienda veniva chiusa e riaperta con una nuova partita IVA.

In determinati casi gli uomini delle Fiamme Gialle sono riusciti a scoprire che inoltre gli imprenditori indagati per evitare il pagamento delle imposte, abbattendo la base imponibile da dichiarare, facevano uso di fatture per operazioni inesistenti, emesse da altre aziende cinesi per un totale di quattro milioni di euro.

Sulla base della richiesta del magistrato inquirente il Tribunale di Ancona ha disposto a carico degli indagati il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di beni nella disponibilità degli stessi fino alla concorrenza di euro 5.489.338.

I finanzieri hanno, pertanto, sottoposto a sequestro disponibilità finanziarie rinvenute sui conti correnti per settecentotrentasettemila euro, crediti presso terzi per un valore di oltre 1.493.000,00 euro, cinque opifici per oltre tremila metri quadrati, 342 macchinari e sei autovetture.

Il Tribunale di Ancona, negli ultimi due anni, ha emesso sentenze, passate in giudicato, con cui ha confermato le condanne richieste dal Pubblico Ministero nei confronti di diversi imprenditori cinesi e dei loro prestanome nonché disposto la confisca di beni mobili ed immobili loro riconducibili per un valore di euro 1.151.896,00. In tale contesto i finanzieri di Senigallia hanno sottoposto a confisca disponibilità finanziarie e n.3 degli opifici già sottoposti a sequestro per un ammontare complessivo di euro 1.038.471,00.

I proventi ricavati dagli imprendito truffaldini venivano quindi fatti sparire. Questo attraverso bonifici aziendali con causali non giustificabili verso la Cina, acquistando beni di lusso in boutique milanesi e depositando forti somme su siti dedicati al gioco d'azzardo on line. Parte dei proventi venivano anche reinvestiti nelle stesse aziende, migliorando la produzione delle stesse.

Un vero danno all'economia e alla produzione del territorio, che in alcun modo poteva competere con le prestazioni offerte dalle aziende cinesi “L'aspetto della concorrenza sleale è uno dei più significativi in questa operazione” ha spiegato il Generale Claudio Bolognese, comandante provinciale della Guardia di Finanza, alla conferenza stampa tenuta mercoledì mattina “Senza applicare le imposte gli imprenditori avevano tagliato fuori dal mercato regolare tutti i concorrenti che applicavano leggi e normativa”.

Contestate agli imprenditori anche le gravi negligenze applicate in ambito di sicurezza, quasi del tutto inesistente negli opifici. Erano 26 i lavoratori in nero a prestare il proprio servizio nelle aziende. Questi erano sottoposti a turni di lavoro estremamente prolungati e in molti casi fatti dormire direttamente all'interno delle fabbriche, in precarie condizioni igieniche, tanto che in uno dei capannoni sottoposti a sequestro lo stesso locale era adibito a cucina e bagno.

Per realizzare tutto ciò gli imprenditori cinesi sarebbero stati agevolati da chi avrebbe dovuto segnale le evidenti irregolarità riscontrate dalla Guardia di Finanza. Nel corso delle indagini sono state segnalati all’Unità d’Informazione Finanziaria della Banca d’Italia anche 4 istituti di credito, 7 direttori di filiale e 2 commercialisti marchigiani per aver omesso di segnalare operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio.


di  Filippo Alfieri
redazione@vivereancona.it







Questo è un articolo pubblicato il 20-01-2021 alle 14:11 sul giornale del 21 gennaio 2021 - 281 letture

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