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Vivere di Emozioni: il vecchio ospedale se ne va, pezzo per pezzo.. quanti ricordi

Vecchio ospedale demolito 4' di lettura 16/02/2021 - Quanti ricordi in quella struttura, in viale della Vittoria, che viene smantellata in questi giorni, fino alla demolizione. Il primo appuntamento con la rubrica Vivere di Emozioni è dedicato proprio a questo.

Si entrava dalla porta di destra, ma me la ricordo bene la fervida tentazione, per una volta di farmi un ingresso trionfale da quella di sinistra. Magari prendere un cartellino a caso e smarcare due o tre volte di nascosto, per il gusto di sentirne il rumore, per essere grande, uguale ai dottori e agli infermieri. Era l' ingresso a loro dedicato.

Gli infissi in alluminio, un po' come in un grand hotel di mare sulla riviera romagnola agli occhi di me bambina.

A vedere chi e cosa c'era oltre il bancone della portineria ci sono riuscita solo dopo lo sviluppo, era talmente alto e semi blindato che mi sono dovuta accontentare per anni di ascoltare la voce ovattata che mi arrivava da dentro.

Mi scorrono davanti spezzoni di vita.

Il braccio teso e incerottato, tenuto in bella vista dopo le temute analisi del sangue, come una reduce di guerra bisognosa di gloria e ammirazione a camminare fino all'insegna. La tanto attesa colazione al bar per me era al "bar dell'ospedale" e non capitava di certo tutti i giorni! Non c'era l'abitudine a casa mia. Era una volta l'anno o anche meno ed era la mia unica occasione per scegliere la brioche più grande che c'era. Le studiavo bene tutte, una ad una con desiderio e avidità, le vagliavo al centimetro. E poi c'era il regalo al valore e al coraggio promesso. Sceglievo i boeri anche se non mi piaceva la ciliegia dentro e mi faceva schifo il liquore, però si vinceva sempre. Più avanti prendevo "cioè" , era custodito dentro una specie di teca insieme alle altre riviste, come reliquie sacre.

Un mazzo di fiori in mano, le cullette del nido, piene di vite appena sbocciate dietro quel vetro appannato dal mio stupore. Il ricordo di una donna che piangeva seduta su una panca, mani intrecciate a quelle di un caro, nel suo volto i segni di una sofferenza ostinata ma solida. Non volevo guardare perché ero impreparata ad accollarmi anche solo un po' del suo dolore, ma lo feci ugualmente.

Le corse al pronto soccorso, a trovare gli amici dopo le cadute in motorino durante le scorribande estive, a pregare nella chiesetta, di fronte la grotta con la Madonnina di Lourdes stando bene attenta che non ci fosse nessuno a vedermi. Chissà poi perché questa vergogna nell'avere un'anima da confortare?
Le attese immotivate di fronte agli ascensori, che poi alla fine si faceva sempre prima a piedi. Mamma e diversi cari salutati lì per l'ultima volta; il sollievo dopo una visita andata bene e d'improvviso, lo squallido, stretto e asfissiante corridoio percorso all'andata diventava di colpo Champs Elysee al ritorno. Un'ecografia fra le mani, da sola, a cercare di scovare manine e piedini per accorgermi, dopo diversi solidificati minuti che non si trattava altro che del suo profilo. Con gli occhi più grandi che avevo mai avuto, stavo esplorando il volto, la prima foto del mio primo figlio. Ero seduta su una fredda sedia di formica ma avevo tutto l'universo fra le mani.

È tutto questo il vecchio ospedale di Jesi per me; vite arrivate, svanite, sofferenze, anche miracoli credo, la concitazione, le emozioni, quelle che smuovono e rimescolano le coscienze. Stretto lì in mezzo, fra il caos del traffico e il passeggio spensierato e incurante sul retro, lì dove la vita di tutta Jesi e dintorni si è srotolata per tanti lunghi anni, notte e giorno incessantemente come un mare inarrestabile e operoso. Un luogo carico di sentimenti forti, a volte opprimenti altre famelici di vita a cui aggrapparsi.

Ci sono passata davanti in questi giorni e vederlo sventrato, impotente nella sua imponenza, le finestre senza infissi come occhi senza orbite lì a vederci passare distratti. Un suo ultimo sguardo, accogliente e paterno. Immagino il vuoto, i sospiri ancora intrappolati, spazzati via dal vento freddo di questi giorni, intenti a vagare smarriti cercando finalmente il loro posto nell'etere.

Ho sempre bisogno di tornare un po' indietro, come a prendere la rincorsa, a vedere se ho dimenticato qualcosa, per fare poi un lungo salto in avanti e ora sono quasi pronta.

Ci voglio iniziare a vedere speranzosa al suo posto un giardino pieno di aiuole fiorite, fontane zampillanti a festa, piste da skate, panchine cariche di giovani ignari del male, a ridere e a baciarsi avvinghiati e incuranti degli sguardi.

Ho bisogno sempre di ritornare per scordare senza dimenticare.






Questo è un articolo pubblicato il 16-02-2021 alle 08:59 sul giornale del 17 febbraio 2021 - 1497 letture

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