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Vivere di Emozioni: un anno fa la pandemia

Vivere di Emozioni, Azzurra Filottrani 5' di lettura 14/03/2021 - Dicembre 2019, ai telegiornali scorrevano le immagini di Wuhan con le persone affacciate ai balconi che invocavano aiuto, intanto a tavola parlavamo di quanto fosse claustrofobico e assurdo ciò che stava capitando a quella gente.

Ho comunque avvertito un marcato senso di distacco misto ad una provinciale serenità, conferita anche dal mio apparentemente ridicolo televisore 21 pollici che appositamente rimane tale, nonostante il progresso tecnologico, nonostante le offerte a buon mercato. Deve rimanere parte dell’arredamento, un elettrodomestico, niente di più, “non è di certo lui il padrone di casa”, mi ripeto, per cui dev’essere piccolo abbastanza.
Aleggiava fra tutti noi quasi un sollevato senso di giusta conseguenza, una mezza punizione divina dovuta al disgusto che provavamo di fronte alle immagini crude e spiazzanti girate fra i banchi dei mercati di animali vivi con inesistenti condizioni igieniche e zuppe farcite da bolliti di pipistrelli, come non avevamo immaginato neanche nelle più nauseabonde pozioni e stregonerie.
Non sapevamo però che oltre la metà della popolazione cinese è contraria al consumo di fauna selvatica e soprattutto esiste una netta differenza culturale a riguardo fra la Cina continentale e città come Shanghai e Pechino specialmente, dove solo il 5% della popolazione ha mangiato animali selvatici in vita sua. E’ un po’ come affermare che in Italia siamo tutti mafiosi.

Chi l’avrebbe mai detto che nonostante il mio 21 pollici, dopo appena un paio di mesi, il dramma cinese era riuscito ad entrare a casa mia, nonostante in tutta la vita avessi azzardato solo qualche soffritto dai profumi mediterranei.
Festeggiai il mio compleanno il dieci di marzo come ogni anno, ma stranamente eravamo in casa, da soli e i miei bambini mi ritagliarono e colorarono una corona di cartoncino in segno di scaramanzia, ironizzando, ci si scherzava sul “Corona”virus.

Figuriamoci, io arrivo diretta dagli anni ’80, dove il massimo del cruccio sociale, ai miei occhi poteva essere rappresentato dal non avere il colletto tondo della Naj- Oleari da mettere in bella vista sopra la felpa della Best Company. Ce la siamo vista brutta nell’ ’86 con l’incidente di Cernobyl, ma l’abbiamo risolta con pochi giorni di finestre chiuse, qualche cibo proibito e il ricordo di mia madre che mi vietava di raccogliere le ghiande da terra lungo il percorso scuola/ casa come avevo sempre fatto.
Poi la guerra del Golfo nel 1990 dove sembrava fossimo tutti coinvolti da vicinissimo, appena il tempo di misurare col righello, sull’atlante, quanto fosse lontano da noi il Kuwait e imparare a menadito un nome dal riverbero inflessibile e impietoso come “Saddam Hussein”, che a dir la verità solo a pronunciarlo, ancora evoca soggezione e… magicamente, nessuna conseguenza per i miei progetti, niente intralci a deviare o limitare i miei passi.
Venne definita “la prima guerra del villaggio globale”, ma il mio piccolo globo non venne pregiudicato. La mia, la nostra vita non cambiò in niente. Solo un po’ di paura ma finì lì.

Questa volta è andata diversamente, la fiducia riposta in un’epoca oramai evoluta e apparentemente invulnerabile, forte del progresso, dell’esperienza, degli opinionisti, dei tuttologi, del sentirci arrivati ad un livello così elevato di controllo su tutto ci ha invece lasciati di stucco a correre ad accaparrarci affannati e sbigottiti l’ultima mascherina, a disdire appuntamenti, a fare scorte di cibo a rinchiuderci nelle nostre case, a ricevere, come sempre, più consigli che conforti, a ricorrere ad un ordinato rigore, lontano da ogni più inconcepibile immaginazione.

Abbiamo imparato un termine inglese “lockdown” e senza saperlo verrà usato più spesso di “week-end”. Cambieremo abitudini, tante, quasi tutte, addirittura anche le forme di corteggiamento si andranno a modificare. Mio figlio di 9 anni, all’ingresso a scuola, per cavalleria cede il suo posto all’innamoratina per farle misurare la temperatura col termoscanner prima di lui.

L’essere umano è camaleontico e strepitoso in questo. Emersero come cause, teorie naturali, complottiste, errori di laboratorio.
Non dimenticherò mai la violinista vestita di rosso che dai tetti dell’ospedale di Cremona ha suonato con intensità e trasporto note armoniose annodando la vita alla morte e poi di nuovo alla vita, che da qualche altra parte stava sicuramente nascendo.

Una presa di consapevolezza della sofferenza mista a bellezza. Siamo fragili. La nostra società è vulnerabile. Basta una falla dall’altra parte del mondo per generare un’onda anomala a migliaia di chilometri di distanza. Basta lanciare un piccolo sasso per creare tantissime increspature sull’acqua. Tutto è connesso, tutto è legato.
I diritti umani sono a volte calpestati nel silenzio generale. Non ci preoccupano. Continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia salvo alzarla ogni tanto per gridare la nostra indignazione contro il presunto nemico.
Ricordiamocelo per il futuro che quello che succede dall’altra parte del mondo è interesse anche nostro!

E se non esistessero i limiti imposti dalla fisica e potessimo scavare un buco sotto i nostri piedi, dove sbucheremmo? Se vi viene spontaneo rispondere “in Cina” sappiate che siete fuori strada: indipendentemente da dove abitate in Italia, vi trovereste nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, in un punto non meglio precisato a sud ovest della Nuova Zelanda.
Siamo convinti di tante cose …che sbagliamo da sempre.

Con i vaccini iniziamo a vedere l’inizio di una fine, siamo fortunati ad averne uno o l’altro a disposizione e non ci lamentiamo se anche per quest’anno abbiamo dovuto accantonare sogni e progetti, in fondo anche se è stato un periodo difficile, per alcuni tragico, ricordiamoci che ogni anno, pur non valorizzandolo, incluso nel prezzo del biglietto, stando al mondo c’è un viaggio gratis attorno al sole! E non è poco…






Questo è un articolo pubblicato il 14-03-2021 alle 17:45 sul giornale del 15 marzo 2021 - 864 letture

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