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Vivere di Emozioni: l'eutanasia per gli animali è amore?

9' di lettura 15/05/2021 - Sono seduta accanto al mio cagnone fra le margherite del parco vicino casa. I miei bambini si rincorrono entusiasti, inebriati dalla vita che torna a risplendere, controluce sembrano planare inconsistenti sull’erba alta.

C’è il sole e un vento allegro che entra fresco nelle narici come segno di vita percepibile, prepotente.

Il cigolio sinistro delle altalene in movimento mi ricorda però quanto possa stridere la morte con la primavera. Giorni fa abbiamo preso un appuntamento dal veterinario per il mio cane Ettore. Eutanasia.

Non sono riuscita nemmeno a scriverlo sul calendario, come sono solita fare con gli altri impegni, non sapevo cosa annotare e poi tanto me lo sarei ricordato.

Eutanasia deriva dalla parola greca euthanasia, composta da eu, "bene, buono", e thanatos, "morte", letteralmente "una buona morte, una morte felice". Il termine fece la sua prima comparsa nel 1605 nel saggio di Francis Bacon intitolato "Of the Proficience and Advancement of Learning". Anticamente il termine "eutanasia" era usato in senso filosofico, per designare l'accettazione della morte con spirito sereno, come componente naturale dell'esistenza.

Oggi è il termine appropriato per indicare l'atto di porre deliberatamente termine alla vita di un animale o di una persona, al fine di far evitare lunghi periodi di sofferenza o di agonia, causate da malattie incurabili.

Ettore ha quasi quindici anni, io e mio marito lo abbiamo preso da cucciolo al canile, era lì a non filarci in un angolino, il più grosso di sei fratelli, a tre mesi grande quasi quanto la madre. Meraviglioso, bianco, di razza unica, figlio dell’amore fra una docile cagnetta color sabbia e padre ignoto, probabilmente imparentato con un virile quanto ardito ed intraprendente maremmano.

Ha trascorso con noi una vita credo invidiabile: al calduccio in casa d’inverno, riso e pollo non gli è mai mancato, spesso in vacanza con noi, ombra e sole in giardino a suo piacimento, quattro uscite al giorno, coccole a volontà, insomma, il classico cane di famiglia senza però voler mai snaturare la sua indole, senza volerlo umanizzare troppo con profumi e ridicoli biscottini a forma di cuore.

Non gli è n’è mai fregato niente di riportare la pallina, mi guardava come a dire: “tu ce l’hai tirata e tu la vai a riprendere!” Aveva imparato a mettersi seduto a comando, ma lo faceva solo quando eravamo da soli. In presenza di altri, sguardo fiero, non mi ha mai dato una soddisfazione. Non gli ho mai negato di annusare gli altri cani nelle parti intime perché è nella loro natura farlo, non gli ho mai vietato di sotterrare un osso per riprenderlo e mangiarlo dopo un mese. Abbiamo sempre scelto passeggiate nella natura perché un cane non ha bisogno di andare per centri commerciali.

Insieme abbiamo intrecciato tante disavventure. Se penso ad un viaggio in Provenza mi viene da sorridere: era di sera e stavamo rientrando dopo un giro al porto, quando dei cani randagi hanno iniziato ad accerchiarlo e lui si è divincolato talmente forte da riuscire a sfuggirci dal guinzaglio e si è dileguato correndo all’impazzata lasciando dietro di sé un notevole stacco. In cinque secondi ho realizzato che non l’avremmo più rivisto. Trafelati lo abbiamo inseguito insieme al branco di cani randagi e da lontano ci siamo accorti che si era presentato davanti le porte ad apertura automatica dell’hotel dove pernottavamo e che magicamente si erano aperte. Lo abbiamo ritrovato con lingua e gli occhi di fuori, di fronte la nostra camera al terzo piano ad aspettarci.

Oppure potrei raccontare di quando, sulla scia dell’odore di animali selvatici si è perso in montagna e mio marito per cercarlo ha scalato un intero versante pieno di cespugli e spini per poi ritrovarlo lurido e soddisfatto fra un gregge di pecore.

O di quando io, reduce da tre ore di sonno scarse per via dell’allattamento del figlio piccolo ho caricato in macchina e allacciato seggiolino di figlio n. 1, caricato e allacciato seggiolino figlio n. 2, caricato Ettore nel bagagliaio, un elenco di commissioni da fare fra le mani, buste, zainetti e sacche, monopattino, casco, borsa cambi, tutto apposto, dimenticando un dettaglio. Me ne sono accorta dopo un paio di chilometri, quelli percorsi da casa mia fino allo stadio di Jesi. Ho girato per la città con il portellone del bagagliaio aperto e nessuno che mi avesse fatto capire qualcosa. Dietro immagino Ettore con le sue orecchie morbide al vento, gli occhi spauriti e le unghie ben in vista ad aggrapparsi silenziosamente alla vita, i suoi brividi lungo la salita di via Erbarella. Solo per un fortunato caso non è rotolato tra il traffico.

Un cane cantante lui, se qualcuno di casa prova a suonare l’armonica a bocca, vi giuro, si schiarisce la voce ed inizia ad intonare una melodia che si avvicina ad un canto.

Lui, che quando ho portato a casa dall’ospedale i mie figli appena nati se li è leccati e annusati tutti lasciandoli con le facce disgustate e ciuffi dritti in testa ma senza piangere, lui che quando addormentavo il mio primogenito in braccio, facendo avanti e indietro lungo il corridoio mi seguiva diligentemente ad ogni passo e al primo rigurgitino di latte prontamente ripuliva il pavimento.

Lui che si è sacrificato giorno e notte mettendosi a dormire sotto i loro letti e passeggini con il preciso intento di proteggere, scacciando curiosi in malo modo.

Lui che una volta è fuggito da casa per ritornare dopo un’ora con un valoroso trofeo in bocca: un intero stoccafisso messo sicuramente in ammollo da chissà quale premurosa massaia.

Lui che amava farsi trasportare dalle rapide del fiume per poi risalire e tuffarsi di nuovo dallo stesso punto, lui che al mare ci rubava le infradito e voleva che lo inseguivamo in acqua a fare il bagno insieme, lui che ci ha scavato decine di buche per l’ombrellone, lui che senza leggere l’ora, alle 18.30 voleva uscire in giardino perché non si sa come, ma sapeva che dopo poco sarebbe rientrato mio marito da lavoro, lui che aveva paura dei fuochi d’artificio e dei temporali ed era capace come un topo di 35 kg di infilarsi in spazi piccolissimi per poi non riuscire più a venirne fuori.

I cani ti insegnano a voler bene, cioè a voler il bene di qualcuno, ti insegnano che se anche non si partorisce un cucciolo che sia di cane o di uomo, lo si può amare incondizionatamente, anche se adottato. E quando è il momento ti insegna a lasciar andare perché non siamo padroni della vita di nessuno, di un cane, di un marito, né tanto meno di una fidanzata che ha deciso di prendere altre strade. L’amore è rispetto di lasciare liberi di andare, anche se si ama molto.

L’amore è evanescente e immortale, sopravvive ad ogni tipo di distacco se è puro.

Ettore da quasi un anno fa fatica a camminare ma ultimamente si è parecchio aggravato, al punto da non riuscirsi a sollevare da solo. Fa qualche passo e poi ricade. L’artrosi è il suo tallone d’Achille perché a parte questo gode di ottima salute. Il veterinario ha appurato che ha il cuore di un cane giovane, ci vede benissimo, è vigile, appena una lieve sordità.

I cani meticci sono resistenti e di buona fibra visto che non sono incrociati fra consanguinei. Forti di questo suo buono stato generale di salute siamo andati avanti per tanto tempo, dedicando moltissimo a lui. Piange quando vuole l’acqua, piange quando deve fare i bisogni, piange quando vorrebbe starmi fra i piedi mentre cucino per prendere al volo qualche boccone come ha sempre fatto, piange quando è solo perché capisce di non essere autosufficiente.

Di notte ci capita di doverlo portare fuori a fare i bisogni e ci aiutiamo con la cintura dell’accappatoio per sollevarlo. Braccia e schiena sono messe a dura prova. Sonno del tutto compromesso. A volte non facciamo in tempo ad arrivare in strada e le mie mani, oramai tagliate dai continui lavaggi, bruciano per l’urina che non riesce a trattenere.

Il dolore, l’impotenza dopo tante cure fallite mi portano a barcollare con lui e lacrime, saliva e peli mi si mescolano addosso in una condizione di inadeguatezza, disgusto e amore che a volte diventa rabbia, dettata dalla stanchezza. Sono esausta.

In Italia oltre un migliaio di malati terminali si suicidano e a questi si aggiungono tanti casi di eutanasia clandestina. Se Ettore fosse stato un cane libero, di campagna credo che da tempo non si sarebbe fatto più trovare per andare a morire da solo e con dignità in mezzo ad un vigneto.

È di cattivo gusto prolungare artificialmente la vita, non lo vorrei né per me né per i miei cari. Ogni uomo dovrebbe essere libero di scegliere il proprio destino e anche di decidere di porre fine alla propria vita, se le sofferenze diventano intollerabili al punto di ridurre sotto la soglia di accettabilità il livello della dignità umana.

“L'eutanasia è un pietoso atto d'amore, l'accanimento terapeutico un atto d'odio. Il dolore inutile è indecente e antiumano. In passato c'era la paura di morire anzitempo. Oggi c'è quella di sopravvivere oltre il limite naturale della vita, in una condizione artificiale, priva di coscienza e di vita di relazione.” Questo scriveva il Dott. Umberto Veronesi.

Sono figlia di padre profondamente credente e di madre profondamente atea, sono abituata a pormi domande e a vivere le cose profondamente in ogni caso. “E' più malvagio togliere la vita a chi vuole vivere, o negare la morte a chi vuole morire?”.

Ettore è cosciente, ha appetito ed è felice e appagato quando lo accarezziamo. Dove dimora allora quel sottile limite fra la vita e la morte? E soprattutto chi sono io per decidere in modo arbitrario del destino di un altro essere vivente?

Mentre scrivo questo articolo Ettore mi fissa con i suoi occhioni neri, profondi come l’infinito e premurosi.

- “Pronto, Dottore…mi dispiace ma non riesco a portare Ettore”

- “Non si preoccupi, capita molto spesso, quando sarà il momento lo capirete entrambi, buona giornata!”

- “Grazie, buona giornata anche a lei”.

Non si può morire a primavera! barcolliamo ma non molliamo…per ora.






Questo è un articolo pubblicato il 15-05-2021 alle 11:04 sul giornale del 17 maggio 2021 - 1033 letture

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