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Jesi e gli jesini sempre nel cuore e… forza Italia.

8' di lettura 22/07/2021 - Dico la verità, ormai non mi stupisco più, quando in tv, nel corso di qualche manifestazione sportiva importante, vedo scritto “Jesi” o addirittura “muntobè”, la parola jesina per eccellenza – inimitabile – su uno striscione o una t-shirt. Non è sfuggita alla regola, la magica serata di Wembley.

Una felpa rossa in mezzo all’azzurro della curva, con su scritto Jesi, non poteva passare inosservata. Colpa, anzi merito di Roberto Pellegrini, jesino doc, un passato da cestista nel settore giovanile dell’Aurora, da anni a Londra per lavoro, ma con le radici sempre ben salde, ancorate alla sua città.

Ed è stato un vero piacere, una chiacchierata, anche se a distanza. Del resto oggi la tecnologia ti permette di essere vicino a chiunque, anche in capo al mondo.

«Roberto, da quanto tempo sei via da Jesi?»

«Ho lasciato Jesi subito dopo il liceo, per intraprendere gli studi universitari a Milano e là ho iniziato il mio percorso professionale. Ho conosciuto colleghi di tutto il mondo e così è nato l’interesse per una esperienza internazionale, al punto che a trent’anni mi sono trasferito a Londra per un incarico all’interno di una multinazionale, quindi sono rientrato in Italia per pochi anni come direttore finanziario per la stessa società.

Dal 2004 al 2008 sono stato a Valencia, ero nel management di Luna Rossa che ha partecipato all’America’s Cup.

Mi sono trasferito di nuovo a Londra, e per la mia vita è stata una svolta, nata per motivi sentimentali: nell’agosto 2007 mi sono sposato. Ho aperto uno studio di consulenza aziendale, trattando clienti multinazionali, da gennaio di quest’anno ho la carica di direttore finanziario, di un gruppo internazionale, la cui sede italiana si trova a Montecosaro in provincia di Macerata, la Unifruit Distribution.

Ho iniziato questa nuova esperienza nelle Marche, anche se la mia famiglia è ancora a Londra. L’idea era quella di essere in Italia per lavoro, tornando a casa per dei fine-settimana lunghi, lavorando anche in smart working da Londra, In realtà il covid ha stravolto tutto e sono rimasto bloccato in Italia per sei mesi. Praticamente sono potuto rientrare per gli Europei.

Sono di nuovo in partenza, stavolta con mio figlio Max; dopo quella bellissima esperienza dell’anno scorso con la nostra vecchia Fiat 500, quando partimmo da Londra per arrivare a Jesi, gli sarebbe piaciuto venire in moto, ma non avremmo abbastanza giorni per farlo, per i tanti impegni di lavoro, per cui dovremo partire con l’auto e impiegheremo al massimo un paio di giorni»

«Nonostante questi anni passati all’estero, ha mantenuto legami con Jesi?»

«Sono via da tanto, torno spesso a Jesi, per rivedere i miei familiari, ma anche per il piacere di stare a Jesi.

In alcune occasioni fo partecipato a rimpatriate cestistiche con ex compagni del basket, Luca Allegrini, Stefano Lovascio, Carlo Giardinieri, con i quali da giovani vincemmo il campionato, andando a giocare le finali regionali a Pesaro,

Ogni anno, a parte gli ultimi due, causa restrizioni covid, organizziamo una partita di calcio per ricordare un amico che non c’è più, Alessandro Bonadies».

Ho seguito tanti eventi sportivi ad alti livelli, ma non ho mai smesso di seguire Aurora e Jesina; quando vengo a Jesi trovo sempre il modo di andare al palasport o al Carotti, Quando era a Valencia, impegnato con Luna Rossa, ho fatto di tutto per essere a Bologna e sono riuscito, per la finale play-off della Sicc.

Ero a Jesi al palasport nei play-off persi contro Caserta.

Recentemente sono riuscito a portare mio figlio Max, sia allo stadio che al palasport: era un fan di Bowers e Davis dell’Aurora.

Ricordo ancora con piacere l’esperienza di Londra 2012, ero presente con alcuni amici e siamo andati a festeggiare i successi delle nostre schermitrici a Casa Italia, con la Vezzali, i genitori di Elisa Di Francisca. Quando c’è qualcosa di italiano e sei all’estero, ti senti sempre vicino a squadre e sportivi italiani. Tre o quattro anni fa, io e Massimilano Ricci, che ha una squadra amatori over, abbiamo organizzato una partita contro una squadra inglese qua a Londra: una bella giornata, gli avversari sono stati molto sportivi, perché poi gli inglesi non sono come quei pochi visti in tv dopo la finale, che hanno aggredito gli italiani.

Rimanendo in tema di jesini, ricordo quando era a Valencia: un giorno sento urlare dalle tribune, “Jesi… Jesi…”, ho riconosciuto uno jesino, Eros Franco che si trovava lì con alcuni amici di Ancona; fu un giorno bellissimo perché battemmo nella regata Oracle e Luna Rossa conquistò la finale.

Quei giorno era presente anche il nostro comune amico Mirco Talacchia; poi invitai tutti loro a festeggiare con lo staff di Luna Rossa.

In questi giorni ho sentito Roberto Bellagamba vive a Londra e ti manda i suoi saluti; sai, qui a Londra c’è una bella comunità di jesini.

Altri miei amici jesini sono sparsi per il mondo, Lorenzo Brutti che vive in Francia, Paolo Pallotti in Cile, Raffaele Scoccianti in Belgio, spesso incontro in aeroporto Fabrizio Cardinali.

Qualche anno qua era a Londra Fabrizio Fraboni l’architetto: insomma, il legame con Jesi è sempre forte. Poi ci sono altri jesini che mi vengono a trovare, insomma, questo cordone che mi lga alla città non si spezza, la prossima settimana sarò a Jesi e farò le ferie in zona».

«Parlami della “magica” serata di Wembley».

«Sono andato con mio figlio, a parte l’euforia spesso esagerata dei tifosi inglesi, che prevedibilmente avevano cominciato a festeggiare nei pub da diverso tempo, non abbiamo avuto esperienze spiacevoli, niente di quegli episodi, che poi sono stati raccontanti n televisione.

All’ingresso, lo ricorderò per sempre, entrando in quella curva ho provato una forte emozione, la sensazione di essere ad un appuntamento con la storia. Eppure di eventi sportivi ne ho seguiti parecchi, anche di un certo livello, quatto finali di Champions – sono tifoso della Juve – di cui almeno una vinta; perfino i derby tra Jesina e Ancona, vissuti da piccolo, erano emozionanti, stavolta lo è stato di più.

Ero molto fiducioso, anche se come è solito per gli inglesi, dai media sembrava quasi che si sentissero vincitori, prima ancora di giocare. Il gol iniziale è stato una doccia fredda, c’era il timore che sulle ali dell’entusiasmo avrebbero potuto fare il secondo e sarebbe stata dura.

Alla fine del primo tempo ho pensato che nel secondo ce l’avremmo fatta, che saremmo riusciti a fare un gol; mio figlio al contrario era preoccupato, ha cominciato a dire che all’indomani non sarebbe andato a scuola, perché immaginava già le prese in giro dei compagni di classe.

Ti lascio immaginare l’emozione al momento del gol di Bonucci, proprio sotto la nostra curva e ancor prima l’inno di Mameli che io e Max, abbracciati, abbiamo cantato a squarciagola.

Riguardo ai rigori ero sicuro che avremmo potuto contare sulle parate di Donnarumma ed ero anche sicuro che Jorginho non avrebbe sbagliato, tanto che avevo registrato il suo penalty, pensando di tenerlo come episodio decisivo della finale.

Siamo rimasti a festeggiare fino a quando la squadra è rimasta sul campo. Nessun problema all’uscita, tra l’altro mi ero raccomandato con mio figlio di non parlare, una volta fuori, dallo stadio invece la prima cosa che ha gridato, “foot is coming Rome”.

Quando eravamo in casa sono cominciati ad arrivare i messaggi, tutti mi chiedevano se c’erano stati problemi, poi ho saputo di qualche incidente, ma non ci siamo resi conto di niente.»

A questo punto Max, che ha seguito in disparte l’intervista, ha chiesto a Roberto di aggiungere qualcosa e con la sua voce squillante, carica di gioia ed entusiasmo, ha aggiunto:

«È stato molto divertente andare alla finale, ero felicissimo, mio padre mi ha fatto una sorpresa, non mi aveva detto che aveva acquistato anche i biglietti per la finale. Il giorno dopo a scuola sono entrato in aula cantando “it’s coming Rome”»

«Madre inglese, nato in Inghilterra – ha aggiunto Roberto - un derby, quello tra Italia e Inghilterra, nato in occasione degli europei del 2012, più o meno per gioco. Io e sua madre gli insegnammo i rispettivi inni nazionali.

Quando la madre intonava “God save the Queen”, lui la interrompeva dicendo “No God save… Italia s’è dtesta…”.

Poi vincemmo noi e li battemmo anche nei mondiali 2014, comunque a parte il calcio lui è molto legato all’Italia viene sempre volentieri a Jesi, qua ha degli amici.

Si sente in sottofondo la voce di Max: “gli hai detto che ci siamo addormentati alle 2,30?”,

Dalla cameretta lo sentivo continuamente cantare “it’s coming Rome…”»

Per buona pace degli inglesi, che hanno smesso di cantare “it’s coming home!








Questo è un articolo pubblicato il 22-07-2021 alle 07:09 sul giornale del 19 luglio 2021 - 875 letture

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