Quantcast

Vivere di Emozioni: i "si" e i "no" che ci cambieranno la vita

5' di lettura 17/07/2021 - Quando diciamo “Sì” a qualcuno assicuriamoci di non dire “No” a noi stessi. Si trascorrono intere esistenze nell'inconsapevolezza del vero significato del "Sì" e del "No", due semplicissime parole che hanno il potere di deviare destini e a volte trascinarci in vite che non ci appartengono.

Imparare a dire di no non significa essere egoisti ma gestirsi e saper porre dei limiti alle pretese che le persone hanno nei nostri riguardi. Ogni volta che ci rendiamo disponibili, ogni "Sì" detto contro voglia, ci allontana da noi stessi e paradossalmente da quella persona, quindi non necessariamente il "Sì" è sinonimo di amore.

La nostra mente è scaltra, non ci trasmette emozioni positive o negative in base a quello che pensiamo sia giusto e corretto fare, ma sono la conseguenza di come viviamo le situazioni, di quello che ci lasciano addosso, di cosa proviamo. Se quel "No" nasce dalla comprensione dei propri limiti, non è una mancanza, ma bensì rispetto per sé stessi. Ci sono molti slanci che idealmente ci potrebbero gratificare ma che poi all'atto pratico, il nostro fisico, le nostre energie, le nostre attitudini non ci permettono di fare con gioia, ma sopra le forze. Prendersi degli impegni che poi non si è in grado di gestire e che ci schiacciano, anche se sarebbe la cosa giusta da fare, a lungo andare ci danneggia, peggio ancora se lo si fa per assecondare le aspettative o le abitudini degli altri. Si può però per esempio, in alcuni casi, prendersi del tempo per decidere.

Spesso si innescano, specialmente nei rapporti familiari, nella coppia o anche nelle amicizie e sul lavoro, delle situazioni dove ci si sente in dovere di dire di sì a prescindere dal nostro vero sentire e invece dovremmo imparare a capire che a volte c'è più amore in un sincero "no". Bisognerebbe capire, ascoltandosi, fin dove ci si riesce a spingere e fermarsi un po' prima. Comprensione, gentilezza, altruismo, sono tutti slanci che dovrebbero far star bene prima di tutto noi e poi gli altri, solo così si potrà veramente amare, quando noi stiamo bene e siamo appagati. Assecondare sempre gli altri a lungo andare deteriora i rapporti perché ci crea insoddisfazione e tutti, per autodifesa tendiamo piano piano ad allontanarci dall'infelicita' o dai nostri "carcerieri".

Una delle poche cose che mi è abbastanza chiara e che ho imparato anche a mie spese dopo tanti anni di curiosa osservazione delle persone è che nessuno può essere la causa dell'infelicita' o della felicità di qualcun'altro. Ognuno è responsabile delle proprie emozioni. Uno dei più grossi sforzi da fare, anche se può sembrare apparentemente scontato è capire cosa desiderare e cosa volere della propria vita e qui ho ancora parecchie lacune da colmare o meglio da riuscire a conciliare. Ma mi interrogo spesso, quello sì. Compreso questo, arriva automaticamente la consapevolezza. A volte non basta un'intera esistenza per arrivarci, ma almeno, esserne coscienti è un accettabile punto di partenza. Se si comprendesse ciò e se lo insegnassero a partire dalle scuole, si eviterebbero credo molti tristi epiloghi. Nessuno dipende da nessuno, non si ha colpa della sofferenza degli altri, nessuno può pretendere di dirti come vivere.

Amare inoltre non significa aspettarsi di veder tornare indietro quello che si fa per gli altri, amare significa essere liberi di scegliere. Si arriva a volte, per abitudine, ad un punto che non si capisce più se alcune decisioni sono il frutto del continuo adeguarsi o delle proprie scelte. Bisognerebbe imparare a porsi delle domande e difendere con fermezza i propri limiti evitando di arrivare all'aggressività. La fatica, la stanchezza, le emicranie, la rabbia, servono proprio per avvisarci che ci dobbiamo fermare, che abbiamo oltrepassato il limite. Si può cambiare idea, si può valutare male e fare un passo indietro, cercando di manifestare con onestà le proprie convinzioni o perplessità.
Le persone spesso non chiedono di essere amate ma assecondate, quindi si dovrà per forza imparare a fare i conti con il dissenzo. Usare le parole "preferisco", "gradisco" "e se in alternativa?" anziché il categorico "No" aiuta a restare in sintonia con chi si ha di fronte, ponendosi in una condizione di apertura anziché di chiusura, offrendo possibilità, opportunità.
Nella vita si dicono milioni di "Sì" e di "No" distratti, alcuni celati per orgoglio altri sussurrati e inascoltati, alcuni taciuti per sempre. "Sì" che volevano essere "No" e "No" definitivi che desideravano ardentemente essere urlati "Sì". Prima di pensare alle conseguenze, si sono incastrati fra labbra serrate, irrigidite dalla boria, dalla paura, dall'autocompiacimento. Fra un "Sì" e un "No" ci sono destini dirottati dietro chimere, bugie dette a noi stessi che ci hanno portati in porti diversi da dove avremmo magari voluto attraccare.
Pensiamo solo per un attimo a tutte quelle volte che sbagliando abbiamo detto "Sì" al posto del "No" o viceversa e immaginiamo le nostre vite in quel sorriso anziché in quel rimpianto, in quella serena umiltà anziché in quel solitario orgoglio. Asserire o negare è un po' come domandare o tacere, apre o chiude porte. Alcune sono addirittura a soffietto, non c'è nemmeno bisogno di sbatterle, possono trasformarsi in fisarmoniche ed effondere un' inaspettata e coinvolgente melodia. Le porte a soffietto richiedono più tempo per serrarsi o splancarsi, ma lo si impara sempre quando è troppo tardi.

"Chiedere può essere la vergogna di un minuto, non chiedere può essere il rimpianto di una vita" Pablo Neruda.






Questo è un articolo pubblicato il 17-07-2021 alle 09:00 sul giornale del 19 luglio 2021 - 1375 letture

In questo articolo si parla di attualità, articolo, azzurra filottrani

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/caML

Leggi gli altri articoli della rubrica Vivere di emozioni





logoEV
logoEV
logoEV