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Vivere di emozioni: aiutare o essere aiutati?

5' di lettura 28/08/2021 - La vita attraversa tante fasi e a volte si ha a che fare con la fragilità, propria o dei nostri cari. C'è tanto affanno misto ad amore dentro la sofferenza e solo quando ne vieni a stretto contatto diventi consapevole di quanto brilli tutto il resto.

Durante questi periodi si avrebbe voglia di confrontarsi solo con chi è capace di parlare o scrivere di sentimenti, di elevare ad un livello aureo il nostro complesso universo, contraddittorio e indefinito. Un prepotente desiderio di libertà, di passione, a volte di indignazione che si erge contro lo svilimento di sé stessi.

Mi sono accorta che dopo alcune settimane in cui mi sono presa cura di mia nonna novantenne, affetta da demenza, passando davanti ad uno specchio, avevo le spalle ricurve, molto simili alle sue. Il suo avanzare lento e trascinato, lo avevo fatto mio. "Maledetta empatia!" Mi sono sussurrata. La sua pelle sottile di braccia e gambe, sempre fredda e nitida, lascia intravedere quanto noi esseri umani siamo veri, misteriosi ed intricati a pochi millimetri sotto l'apparenza. Gli occhi piccolissimi e le sue domande fuori luogo, ancora mi spiazzano, sembrano uno scherzo. Cerco risposte nella sua mimica, mi affanno ad inventare quello che potrebbe farle piacere ascoltare, senza azzeccarci. Non ci si abitua mai, penso sempre di esser io a non aver capito bene.

Ti chiedi ad un certo punto sbigottita se effettivamente il mondo sia come lo vedi tu o come lo vede lei, talmente ne è convinta. Sono lì sul letto, che sto sprofondando, risucchiata dai miei respiri profondi, mentre confondo realtà e sogno, dopo lunghe giornate di sacrifici e la sento lamentarsi dalla sua stanza, per l'ennesima volta. Mi alzo con la tachicardia, poco dopo aver addormentato il mio secondo figlio, mi avvicino per chiederle cosa c'è che non va. Mi risponde che la riversina del lenzuolo non è abbastanza piana, che non gliel'avevo sistemata a dovere. Sento la rabbia salire, pensando al mio letto disfatto da giorni. Mi viene da piangere, per la sua e per la mia situazione, per tutte le volte che sono stata solo io o quasi l'unico punto di riferimento nelle fasi di fragilità della mia famiglia.

Mi vengono poi in mente le parole di mio padre: "Ricordati Azzurra, che è sempre meglio trovarsi nella condizione di aiutare che di essere aiutati". E così vado avanti, le spiano con la mano il lenzuolo bianco di cotone buono, ma come lampi mi appaiono anche le scene di quando ho avuto bisogno io, con i figli appena nati in ospedale e le madri delle vicine di letto ad aiutarmi durante le prime notti. Mi scendono le lacrime ma contemporaneamente visualizzo nonna giovane, sguardo azzurro tagliente e schiena dritta ad aspettarmi alla fermata del pullman con il maritozzo di mosto gonfio di cioccolata in mano.

Avevo meno di dieci anni e la venivo a trovare con la corriera da Jesi fino al paesello. Quella volta anche i bambini potevano vivere di vita propria, al contrario di quello che pensano alcuni genitori di adesso. Mia madre mi accompagnava al capolinea e mi faceva salire, diceva all'autista di svegliarmi nel caso mi fossi addormentata. E io ero fiera di fare da sola, biglietto alla mano, viaggiavo per 30 minuti ma sembravano ore, con lo sguardo perso fra quei tornanti e il verde delle colline a cullarmi.

Torno a dormire ma non ci riesco subito. Penso a quanto avrei voglia di andare a camminare a passo svelto, di sentirmi il cuore in gola a strozzarmi, di gridare a tutte le beate ed imperturbabili costellazioni che mi ridiano indietro mia madre, giovane come gliel'ho consegnata, che non me ne frega niente che stia lì a guardarmi e a proteggermi mentre mi prendo un colpo al suo posto. Che era suo dovere essere qui, voglio non pensare che fosse pure malata, altrimenti divento furiosa, la immagino bella e sana come due vite fa. Mi arrabbio con me stessa per non essere in grado di far prevalere l'egoismo, di non trovare alternative, di non avere una scusa qualsiasi per non farmi carico dell'incaricabile.

Poi penso che è cosi e basta, che tutto passa e si risolve, mi rialzo piena di lividi e more, quelle vere, in un cestino di vimini dove mi portava le caramelle dal camino la befana da piccola, proprio qui a casa dei nonni. Mentre le mangio penso a me, al destino di ognuno di noi. Mi immagino io al suo posto con le mani che faticano a strofinarsi l'una con l'altra e faccio un sospiro. "Queste fasi di transizione forse sono necessarie per accettare meglio un disegno che non ci apparterrebbe per logica", mi dico. Penso a quanto è bello uscire a fare una semplice passeggiata con i figli al parco, a godere di ogni piccola cosa. Penso a quanto servirebbe ai giovani un anno di servizio civile obbligatorio, accudendo le persone fragili, sei mesi in Italia e sei mesi nel mondo, magari in un paese non industrializzato, dove devi percorrere chilometri per dissetarti, dove i sorrisi sono l'unica speranza. Aiuterebbe a mettere ordine nelle proprie priorità e ad apprezzare quanto di più bello hanno a disposizione di lì a molti anni a seguire: la gioventù, le forze, lo sguardo tagliente, le spalle dritte, il potere di fare qualsiasi cosa essi desiderino.
Perché sono loro, in quel momento fortunati a trovarsi nella condizione di poter aiutare e ringraziare il creato anche solo di potersi permettere una corsa o andarsi a mangiare un gelato, godendo di quello che stanno facendo. In molti bruciano tempo a vivere chiusi in casa o di fronte ai dispositivi elettronici, senza sogni e prospettive, vivono da vecchi e non lo sanno.






Questo è un articolo pubblicato il 28-08-2021 alle 09:58 sul giornale del 30 agosto 2021 - 401 letture

In questo articolo si parla di attualità, articolo, azzurra filottrani

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