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Amnesty International, la Giornalista Barbara Schiavulli racconta le donne di guerra

5' di lettura 07/11/2022 - Ospite e protagonista dell’incontro “Da Kabul a Teheran: donne in prima linea” organizzato da Amnesty International a Palazzo dei Convegni venerdì 4 novembre, la giornalista e corrispondente di guerra Barbara Schiavulli racconta l’Afghanistan.

Freelance che collabora con le maggiori testate giornalistiche, Barbara Schiavulli si occupa di politica estera, diritti umani e inclusività. Una “donna in prima linea”, chiamata da Amnesty International Jesi a raccontare il suo lavoro ed a riportare l’attenzione su un paese come l’Afghanistan, dove ad oggi uomini, donne e bambini continuano a subire violenze da parte dei Talebani.

L’Afghanistan lo racconta come “la sua terra gemella”, abitato da “un popolo divertente, che ci assomiglia, che ama mangiare, stare in famiglia, che non ha niente ma ti dà accoglienza nonostante i quarantatré anni di guerra; resiliente”. Tutto questo spiega, prima dell’arrivo dei Talebani che il 15 agosto 2021 arrivano a Kabul e prendono il paese.

Un ferragosto che segna uno spartiacque tra due Afghanistan, che Barbara grazie al suo lavoro ha avuto modo di vivere e raccontare. “L’Afghanistan lo seguo dal 2001” racconta. “Subito dopo la caduta delle Torri Gemelle, decido di partire per il Pakistan. Eravamo 1200 giornalisti da tutto il mondo ed aspettavamo di entrare. Sapevamo che gli americani avrebbero attaccato gli afghani perché aspettavano di farlo da tempo. E decidono di attaccare perché i talebani non vogliono consegnare Bin Laden. Una volta entrata nel paese, inizia il mio racconto.

Quello che mi interessava erano le persone che da vent’anni lottavano per crearsi una quotidianità in uno stato dove era impossibile vivere. Ho iniziato a lavorare con giornalisti locali, ad andare negli ospedali, nelle scuole, nei punti di riferimento dello stato per vedere come venivano trattate le persone”. Da donna si rende presto conto di avere poi una possibilità ulteriore rispetto ai colleghi maschi: “potevo entrare nelle case delle persone e raccontare tutto quell’aspetto femminile al quale gli uomini non avevano accesso. Noi giornaliste possiamo parlare indifferentemente con uomini e donne, loro no. Ho scoperto che c’era un mondo delle donne tutto da scoprire”.

Poi l’incontro con la minoranza degli Hazara, che descrive come un “popolo sciita particolarmente gentile e meno conservatore degli altri” che negli ultimi vent’anni ha accolto importanti diritti, ha investito nell’istruzione. Al suo interno vi sono gli uomini e le donne che hanno studiato di più, che hanno lavorato, che per questo dallo scorso anno sono maggiormente in pericolo. “Sono arrivate le giudici, le soldatesse, le cantanti, le musiciste. C’erano le cose brutte ma nel frattempo si creavano anche le cose belle. Una sorta di società civile, con donne che avevano iniziato a prendere la patente, alcune erano diventate tassiste. Un pezzetto era cambiato. Oggi queste donne sono tutte qui perché in Afghanistan non si può più guidare”.

A giugno Trump decide di ritirare i soldati. Negli Accordi di Doha stipulati tra il Governo americano e la fazione dei Talebani non viene fatto nessun cenno al destino del popolo afghano. “I talebani dovevano garantire che non ci sarebbero stati gruppi terroristici, promettere un governo inclusivo e la garanzia dei diritti basici. Nessuno di questi punti è stato rispettato”. Il 14 agosto i talebani arrivano a Kabul dopo aver conquistato senza difficoltà villaggi, provincie e capoluoghi. Il giorno successivo la capitale cade.

I voli aerei in entrata nel paese vengono cancellati, tra cui il volo di Barbara che sarebbe dovuta tornare in Afghanistan il 16 agosto. La priorità diviene da subito quella di stilare le liste delle persone che negli anni avevano fatto qualcosa all’interno del paese e per questo in pericolo. “Ad un certo punto gli afghani vengono a sapere che era in corso questa evacuazione e iniziamo a ricevere una valanga di richieste di aiuto. Capiamo che il problema non era più fare le liste ma farli passare dal cancello del gate, che diventa una trappola mortale”.

Poi a fine agosto l’attentato del kamikaze che uccide civili e 13 soldati americani. Gli americani sparano. La gente scappa, muore, e viene ferita. A quel punto riusciamo ad entrare in Afghanistan passando per l’Uzbekistan, ed ho il primo shock culturale. Tutte le bandiere afghane erano state sostituite dalle bandiere talebane. In giro non c’erano più le donne, che erano a casa depresse, spaventate, sotto shock, che non sapevano cosa sarebbe successo se fossero uscite, insieme a tutta la popolazione nascosta di intellettuali, artisti e musicisti che si nascondono per non essere uccisi”.

Il paese tracolla, la droga aumenta di un terzo rispetto agli anni precedenti e i campi profughi si riempiono di persone che vengono sfamate dalle ong e dalle agenzie che sono rimaste, mentre lottano contro malnutrizione, condizioni disumane e freddo.

Ad agosto è un anno che le ragazze resistono. È necessario che la voce di queste persone arrivi anche se non possono parlare”. Queste frasi con le quali Barbara conclude il suo racconto racchiudono la vocazione che da sempre guida il suo lavoro. La volontà di raccontare storie e di dare un nome alle persone incontrate in quei luoghi che l’Occidente tende sempre più a dimenticare, a causa di un’informazione che mette in secondo piano quanto accade lontano dal proprio paese. È questa la ragione che spinge Barbara insieme ad alcuni suoi colleghi a fondare nel 2015 la testata online Radio Bullets, “per incanalare la rabbia” verso un giornalismo che non gli permette di raccontare le storie che incontra: “era fondamentale far sapere che dietro quelle persone che sopravvivono, che lasciano la loro terra, che prendono il mare e arrivano qui, ci sono dei nomi e non dei numeri, ma delle storie”.

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Questo è un articolo pubblicato il 07-11-2022 alle 21:24 sul giornale del 08 novembre 2022 - 50 letture

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