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La storia a lieto fine di Paul. Da senzatetto a Jesi al rimpatrio volontario in Ghana grazie ad una rete di solidarietà

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di Michele Paoletti
redazione@viverejesi.it


Quella di Paul è una storia di disperazione, miseria, dipendenza, emarginazione e degrado. Ma anche di grande dignità, speranza e, soprattutto, a lieto fine grazie ai volontari della Caritas diocesana ed a una rete di solidarietà con Sert, Ast Ambito9 e Comune di Jesi.

Il rimpatrio volontario nel suo paese d’origine, avvenuto nei giorni scorsi ad opera del direttore della Caritas di Jesi Marco D’Aurizio e dei due giovani volontari Maria Laura e Gabriele, è un unicum. Una grande operazione di umana misericordia che gli ha sicuramente salvato la vita, dato che “difficilmente nelle sue condizioni attuali avrebbe superato il prossimo inverno”. La sua vicenda personale è una sorta di odissea, da raccontare.

Paul Gayeba è un ragazzo partito oltre sette anni fa da Kankra, remoto villaggio nel cuore dell’Africa nera, in Ghana, passato per l’inferno della tappa obbligata in Libia, dove per mesi ha racimolato soldi per uno dei viaggi della speranza su un barcone di quelli sopra ai quali ti giochi tutto, in primis la vita. Giunto sul suolo italiano Paul aveva ottenuto lo status di rifugiato, in quanto in patria aveva condizioni di oggettivo pericolo per dissidi tribali interni che lo avevano costretto alla fuga, ed era dunque considerato straniero “regolare”. Il suo arrivo a Jesi è avvenuto quasi subito dopo il viaggio attraverso il Mediterraneo ed è sempre rimasto in città e dintorni. Ma quello che non è mai arrivata per il quarantaduenne ghanese, che non aveva una fissa dimora, è stata l’integrazione e, come tanti, Paul ha cercato rifugio nell’alcool per il quale ha sviluppato una forte dipendenza. A Jesi in molti lo conoscevano di vista: spesso dormiva in un materasso sotto la tettoia del campo Boario, di giorno chiedeva l’elemosina davanti ai supermercati o barcollava nei giardinetti tra San Giuseppe e Porta Valle. Non era una persona fastidiosa, anche se a volte per lui erano dovute intervenire forze dell’ordine e sanitari per prestargli assistenza. Questo fino al gennaio 2021, quando in seguito a un incidente a casa di un conoscente dove stava cercando di prepararsi un pasto caldo, si era versato addosso dell’olio bollente procurandosi ustioni gravissime agli arti inferiori. Il giorno dopo, il volontario della Caritas Gabriele lo aveva trovato, nei pressi del campo Boario, con una gamba logorata fino all’osso dalle bruciature. Da lì, il ricovero al “grandi ustionati” di Cesena e l’inizio del suo percorso di recupero con il Sert ed i volontari a fargli da angeli custode, seguendolo nelle cure difficili post- ospedaliere. “Non era un paziente facile – raccontano dal Sert di Jesi – dato che era uno spirito libero e non era facile fargli accettare le proposte terapeutiche”. Paul Gayeba, inoltre, non era facile da intercettare non avendo un tetto sotto il quale vivere. Ma le cure per la disintossicazione al Sert e le medicazioni della sua terribile ustione erano indispensabili. Con lui i volontari della Caritas, nonostante le difficoltà linguistiche e la barriera che Paul aveva eretto col mondo esterno, gli hanno fatto da assistenti, hanno instaurato un rapporto ed un dialogo, lo hanno ascoltato e capito. Alla fine la decisione comune di trovare il modo di tornare a casa. “Una strada non facile per via dei numerosissimi adempimenti burocratici che rendono questa procedura difficilissima, che solo grazie al fatto di essere la Caritas, con i suoi canali anche internazionali, abbiamo potuto superare”, ha raccontato il direttore di Jesi, D’Aurizio. Maria Laura e Gabriele hanno contattato la sua famiglia grazie al presidio della Caritas in Ghana, raggiunto il fratello e preparato il rientro. A metà di questo mese finalmente i tre volontari e Paul sono saliti su un aereo diretto in Africa. “All’arrivo – racconta Gabriele – il fratello non lo ha neanche riconosciuto. Ma nemmeno noi, dalla foto che aveva sui documenti di prima dell’arrivo in Libia, lo vedevamo riconoscibile. Quella è un’esperienza che cambia letteralmente i connotati”. Adesso Paul avrà un periodo di degenza a casa sua nel villaggio, grazie ai medicinali che i volontari della Caritas gli hanno lasciato e che dovrà continuare ad assumere per l’ustione alle gambe. Una volta ristabilitosi definitivamente, il fratello, che ha un piccolo negozio di pelletterie nella capitale, se ne farà carico portandolo con se a lavorare.

La domanda che sorge spontanea davanti a questa storia – ha considerato il vice sindaco di Jesi, Samuele Animali -, potrebbe essere: che senso ha tutto questo dispiego di energie per una sola persona? Il problema è esattamente questo: non sono numeri. Si parla di immigrati come semplici numeri, ma se continuiamo con questa impostazione culturale da questo problema non ne usciamo. La persona che dorme all’aperto ai giardini pubblici, non è un problema di decoro e degrado, ma il problema di una persona della quale la comunità deve prendersi cura. Il lavoro che è stato fatto in questa occasione da questa rete, è il segno di una comunità che si prende cura degli altri ed il modo attraverso il quale questi problemi si possono risolvere”.

Effettuare un rimpatrio volontario come quello di questo ragazzo – ha commentato il presidente dell’Ast di Jesi, Franco Pesaresi –, non è stata la liberazione da un problema, ma il dargli soluzione. Grazie al concorso di tanti, si è risolto un problema complesso. Negli ultimi tre anni si tratta della terza situazione del genere risolta, con due rimpatri in Ghana e uno in Gambia. Una strada da perseguire per cercare di dare assistenza a queste persone, anche se è molto difficile e ancora di più dispendioso”.

Una storia di vita disgraziata, quella di Paul, nella quale c’è stata un’unica grande fortuna: quella di essere capitato a Jesi dove ha trovato una rete che si è occupata di lui salvandolo da morte certa ed aiutandolo a tornare a casa. Buona vita Paul.

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Questo è un articolo pubblicato il 29-09-2023 alle 20:45 sul giornale del 30 settembre 2023 - 632 letture






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