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comunicato stampa

Si è svolto il secondo fine settimana dedicato alle iniziative della rassegna Iceberg “Prima dell’irreparabile“, promossa dall’Associazione Ànemos

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da Organizzatori


Si è concluso il secondo fine settimana dedicato alle iniziative della rassegna Iceberg “Prima dell’irreparabile“, promossa dall’Associazione Ànemos, con il patrocinio dei Comuni di Jesi e Castelbellino e finanziata dal Csv (Centro servizi per il volontariato) Marche.

L’obiettivo, quello di sensibilizzare la cittadinanza, soprattutto le giovani generazioni, ai temi degli stereotipi e della violenza del maschile sulle donne, che solo attraverso la diffusione di nuovi comportamenti potranno cambiare in favore dell’uguaglianza e della libertà nelle relazioni tra uomo e donna. Superare gli stereotipi e le disuguaglianze tra uomo e donna si può, anche se il cammino è lungo e richiede un lavoro capillare perché i pregiudizi e le discriminazioni dei quali è vittima la donna vengono da molto lontano nella storia dell’umanità e ormai fanno parte di noi, sono quindi ben radicati nel tessuto sociale e vengono tramandati di generazione in generazione, già nell’infanzia, spesso senza che ce ne rendiamo conto, “con quel bel faccino non puoi gridare”, “stai zitta”, “questi sono giochi da femmine”, “questi sono giochi da maschio”, “i maschi non piangono”, “non fare la femminuccia”, oppure ancora “è vivace, è manesco? ma è un maschio, è normale”. Sono queste alcune delle osservazioni emerse dagli interventi delle esperte, protagoniste di questo fine settimana, Monica Lanfranco e Carlotta Vagnoli, che hanno saputo coinvolgere fasce di pubblico differenti.

A partire dai due incontri con gli studenti dell’Istituto di istruzione superiore Galilei di Jesi, partner dell’iniziativa alla quale il dirigente scolastico Luigi Frati ha aderito con entusiasmo e il prof. Francesco Geraci ha coordinato il progetto. A questi sono seguiti gli incontri con le operatrici del Consultorio di Jesi e quello aperto alla cittadinanza svoltosi presso il Centro polivalente Margherita Hack di Castelbellino Stazione. Carlotta Vagnoli, scrittrice femminista, ha ripercorso in un excursus storico, le tappe che hanno permesso la costruzione nel tempo del ruolo subalterno della donna, di sottomissione all’uomo e di assenza di controllo sulla propria libertà e sul proprio corpo, partendo dal periodo dei cavernicoli. «In quel caso la donna, però, stava dentro la caverna per motivi biologici di preservazione della specie», uscire e andare a caccia con l’uomo sarebbe stato troppo rischioso, se fosse morta nessuno avrebbe potuto allattare la prole. Poi si è passati alle popolazioni nomadi e successivamente alle popolazioni stanziali, «ma solo con il baratto si è realizzato uno scatto determinante nel ruolo della donna, il cui corpo è diventato potenziale merce di scambio fra tribù vicine».

Anche nell’antica Grecia e nell’antica Roma le donne venivano trattate come inferiori rispetto all’uomo, «approccio che è stato confermato con ulteriore risonanza dal fondamentalismo religioso, secondo il cattolicesimo la donna non era degna di parlare in pubblico e tuttora i ruoli apicali nella religione cattolica non sono ricoperti da donne, le donne non possono neanche dire messa», ha evidenziato Carlotta Vagnoli. Tesi rimarcata anche dalla professoressa Francesca Bartolacci, docente universitaria presso la Facoltà di Macerata, che ha introdotto gli interventi e ha evidenziato come nella storia la donna sia stata sempre segregata a una posizione subalterna rispetto alle gesta degli uomini, nonostante alcune donne abbiano fatto la storia.

«Molti giovani non sanno che in Italia esistevano leggi a discapito delle donne, leggi che sono state abrogate non molto tempo fa, pensiamo al delitto d’onore, all’usanza del matrimonio riparatore, alla pratica di mandare in convento le figlie femmine perché tenerle a casa per la famiglia sarebbe stata una rimessa», ha aggiunto Carlotta Vagnoli.

«Le donne hanno sempre dovuto lottare nel corso della storia per cambiare lo stato delle cose, una svolta notevole l’abbiamo vista negli anni ’90, ai nostri tempi il patriarcato è ormai anacronistico e destinato a finire». Quali sono gli strumenti per cambiare lo stato di cose nella società moderna e soprattutto far crollare gli stereotipi consolidati a livello culturale? Si può partire da un’educazione diversa dei giovani e soprattutto dei ragazzi, ha sottolineato Monica Lanfranco, giornalista femminista, scrittrice e formatrice, autrice tra l’altro del libro Mio figlio è femminista.

«Possiamo allevare giovani disertori del patriarcato, educando i nostri ragazzi a riconoscere le espressioni e i comportamenti discriminatori. Prendere le distanze da quei comportamenti è il primo passo per coinvolgere anche altri coetanei e creare un effetto domino che costruisca nuovi atteggiamenti di rispetto, uguaglianza, parità di genere». L’uso del linguaggio è fondamentale, hanno sottolineato entrambe le relatrici, nominare sempre donne e uomini, volgere ogni appellativo al femminile ed al maschile «perché chi non viene nominato non esiste», sdoganare le frasi fatte sugli stereotipi di genere e utilizzare parole nuove «perché le parole mettono al mondo il mondo» e «se utilizziamo nuove parole per riferirci alle donne, costruiremo un nuovo mondo». Grande partecipazione all’evento presso la Sala Margherita Hack di Castelbellino, che ha visto una presenza non solo femminile ma con una buona percentuale di uomini, gli adulti possono fare molto nel dare il buon esempio ai giovani, hanno evidenziato le relatrici. Tra i ringraziamenti e i saluti, quello della vice sindaca del Comune di Castelbellino, Gioia Santarelli, che ha sottolineato l’importanza «di mettere in campo politiche e azioni concrete, come questa iniziativa, per intervenire sulla quotidianità, sulle discriminazioni che le donne vivono ogni giorno, al lavoro, nel linguaggio, nelle relazioni sociali».

Quello di Mario Argentati del Csv Marche, «orgoglioso di aver potuto finanziare l’iniziativa. Noi ci siamo e ci saremo anche in futuro», ha promesso. Cristina Corsini, in rappresentanza di Ànemos ha rilevato come «abbiamo compiuto un primo passo verso la prevenzione perché siamo convinti che qualcosa si possa fare prima dell’irreparabile, perché la violenza del maschile contro le donne non nasce mai all’improvviso, dobbiamo imparare a leggere i segni e a educarci al rispetto». La serata si è conclusa con lo spettacolo teatrale “Fil rouge” della Compagnia Solve Coagula di Bologna. Sei donne, sei corpi ma un’unica entità femminile che si plasma all’interno di epoche diverse, sei maschere legate a un solo filo rosso, fatto di violenza sul corpo e sui corpi che, attraverso squarci temporali nella storia e vari modi di essere donna, conduce lo spettatore verso una ricerca di senso. Un’avventura alla scoperta del femminismo e dell’essere donna, dell’essere corpo dal principio alla fine.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 27-02-2024 alle 09:42 sul giornale del 28 febbraio 2024 - 52 letture






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